Ascoltate Josè Saramago intervistato da Serena Dandini

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lunedì 8 marzo 2010

Mimose? No, grazie!

Come ogni 8 marzo, il sistema sociale e politico in cui viviamo concede a tutte le donne una giornata a loro dedicata, festeggiando la loro esistenza e riconoscendo la loro dignità. Sfruttata, umiliata e sottomessa in tutto il mondo e in tutti gli ambiti per trecentosessantacinque giorni all’anno, durante questa giornata ogni donna può però finalmente proclamare ad alta voce ciò che il sistema le suggerisce all’orecchio, ovvero il raggiungimento della tanto agognata emancipazione.
Un’emancipazione ovviamente illusoria e limitata entro i paletti delle logiche patriarcali e maschiliste che tracciano i confini sociali, culturali e sessuali oltre i quali non è concesso andare. Ci sono ruoli molto precisi ai quali ogni donna deve attenersi per godere di una libertà compatibile con il sistema: mamma, moglie, amante o oggetto sessuale. Ciò che importa è che le donne non ragionino con la loro testa e interpretino docilmente il ruolo che i maschi impongono loro anche attraverso i modelli propinati dalla TV e dalla pubblicità.
Se, ad esempio, si tratta di soddisfare il desiderio maschile di una donna sempre pronta e disponibile, l’emancipazione femminile viene incoraggiata sotto le mentite spoglie di una libertà che è solo mercificazione del corpo e della sessualità. Ma questa presunta libertà torna immediatamente a restringersi quando le donna rivendica la propria autodeterminazione a decidere sul proprio corpo e sulla propria vita, come davanti alla possibilità di scegliere se portare avanti o meno una gravidanza.

Il nostro pensiero, oggi che è l’8 marzo, va a tutte le donne in ogni angolo del mondo, alle donne ricattate dalle provocazioni e dalle violenze di mariti e fidanzati autoritari, a quelle che subiscono il moralismo dei preti e dei benpensanti, a quelle che si prostituiscono per vivere, a quelle che non trovano lavoro, a quelle che non ce la fanno ad alzare la testa.
Il nostro pensiero va alle donne immigrate che vivono una doppia condizione di discriminazione come le coraggiose ragazze africane "Joey, Florence e le altre" che l’anno scorso hanno partecipato alla rivolta nel Centro di identificazione ed espulsione di Milano, hanno denunciato un tentativo di stupro da parte di un commissario di polizia, sono state rinchiuse in carcere e, scontata la pena, sono state nuovamente deportate in altri Centri di detenzione per immigrati.

Se non si comprende che la libertà delle donne è "nella sua essenza" la libertà di tutti, allora non sarà possibile raggiungere una vera emancipazione.
Fin quando anche una sola donna sarà oppressa, svilita, umiliata, tutta la società non potrà dirsi veramente libera.
(Coordinamento Per la Pace, Trapani - pubblicato su http://a.marsala.it)


È donna. Pestata dal Branco.

Otto marzo: basta con le ipocrisie!





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giovedì 21 gennaio 2010

Sgomberato lo Zetalab


Persino nel portale internet del Comune il laboratorio Zeta era indicato come uno dei luoghi di accoglienza che la città offriva.



Adesso quel luogo non esiste più !



Aspasia, il Comune di Palermo, lo IACP e lo forze dell'ordine hanno deciso uno sgombero ( VIOLENTO) il cui obiettivo è evidentemente quello di cancellare ogni spazio di dissenso, di libertà, di gestione autonoma e diretta del proprio spazio vitale.

Tra i feriti Andrea Cozzo, docente di greco alla facoltà di lettere, promotore di seminari sulla non violenza, il quale ha riportato una frattura al setto nasale, poichè è stato colpito al viso da una manganellata.

La notizia



Il clima si fa sempre più pesante in Italia, si susseguono a ritmo serrato notizie di sgomberi ed attacchi violenti da parte del governo che è ormai scatenato senza ragione nella sua opera di repressione e di cancellazione degli ultimi “giardini felici”, luoghi di accoglienza e di condivisione, dove i confini tra razze ed etnie, identità sessuali, classi e redditi economici non esistono.

Ieri con un’azione di prevaricazione inaspettata è stato sgomberato a Palermo il Laboratorio Zeta, centro sociale che riusciva a convogliare tutte le energie creative e di impegno sociale del territorio, essendo anche un punto di riferimento per le lotte antirazziste e una struttura che accoglieva decine di immigrati sudanesi a cui era stato riconosciuto lo status di rifugiati politici o concesso il permesso di soggiorno con finalità umanitarie.

Appena saputa la notizia ci siamo recati in via Arrigo Boito, sede del centro sociale, dove si sono concentrati circa un centinaio di manifestanti faccia a faccia con un forte spiegamento di forze dell’ordine completamente immotivato. In tre, intanto, sono saliti sul tetto della struttura per cominciare un’opera di resistenza che è durata fino a tarda notte. I carabinieri e la polizia schierati in assetto antisommossa non si sono fatti il minimo scrupolo nel provocare e caricare più volte il presidio auto-organizzato, l’ultima volta è accaduto in serata ed ha avuto risvolti pesanti: tre manifestanti sono stati feriti e arrestati ed oggi, 20 gennaio, saranno processati per direttissima.

Intanto i migranti precedentemente accolti dallo Zetalab hanno trascorso la notte all’addiaccio davanti all’ingresso pur di non abbandonare il luogo che li aveva accolti senza riserve.

Da mesi il Laboratorio Zeta era stato messo sotto pressione, visto che i locali occupati nel 2001 erano stati affidati con un bando non si sa quanto limpido alla famigerata associazione Aspasia che ha rifiutato qualsiasi mediazione o collocazione alternativa, adducendo come motivazione la volontà di ristabilire la legalità “liberando” il posto che era stato occupando dieci anni orsono, visto che dalla loro parte aveva anche una sentenza passata in giudicato.

Bene, è proprio su questo terreno che vogliamo portare la discussione: cosa è “legale” oggi in Italia? Buttare fuori rifugiati politici senza alcun tipo di protezione per aprire nella struttura che li accoglieva un asilo privato, con tanto di finanziamenti e giri di denaro? Cosa è “democratico”? Di certo occupare locali pubblici lasciati all’incuria e all’abbandono e trasformarli in un centro vitale di promozione culturale e impegno sociale. Per noi legale è tutto ciò che difende la democrazia e i diritti di tutti, cominciando dall’uguaglianza e dalla libertà, anche se al giorno d’oggi tutto questo comporta in alcuni casi schierarsi contro le istituzioni sempre più interessate da una vera e propria fascistizzazione. Del resto anche Peppino nelle sue lotte dal basso più volte è entrato in contrasto con il potere, usando mezzi di protesta che venivano giudicati “illegali” e lo sarebbero tuttora.

Siamo fortemente preoccupati per quanto oggi accade in Italia, anche nel profondo sud che è sempre stato più clemente e meno “disciplinato”, per come vengano cancellati con così tanta violenza i luoghi “altri”, centri dell’ “altra” cultura che tenta in ogni modo di resistere al rullo compressore del sistema che disgrega tutti i legami sociali e trasforma gli esseri umani in automi senza capacità di critica e di libera espressione, dediti al consumo e circondati dal più totale isolamento, facendo terreno bruciato attorno con l’egoismo, il razzismo e la paura nei confronti del diverso, del non omologato. Così assistiamo alla blindatura degli ultimi nostri spazi di libertà, circondati da gabbie e da muri che diventano sempre più stretti, opprimenti, non riducendo, però, la nostra volontà di resistere.

Esprimiamo piena solidarietà ai compagni del Laboratorio Zeta, resisteremo con voi e saremo presenti al presidio previsto per la giornata di oggi 20 dicembre 2010 alle ore 16.00 in via Arrigo Boito (nei pressi della Stazione Notarbartolo) a Palermo.

La violenza repressiva del governo purtroppo continua a non suscitare alcuna reazione nei cittadini ormai completamente assoggettati e intanto l’Italia intera langue sonnolenta sempre più povera e sempre meno democratica. C’è quasi da augurarle che non si svegli mai, altrimenti potrebbe scoprire che sul velo di plastica che le hanno steso sul volto non ci sono quasi più buchi per poter respirare.


Giovanni Impastato

Marina Montuori

Associazione culturale Peppino Impastato – Casa Memoria




lunedì 11 gennaio 2010

Un giubbotto col collo di pelliccia non è meno vergognoso di una pelliccia intera

Molte persone ancora non si rendono conto che devono fare più attenzione quando fanno i loro acquisti.



Negli ipermercati, nei negozi di moda e perfino al mercato si trovano giubbotti, giacche e cappotti ornati di pelo, sui colli, cappucci e polsini, in vendita ad un prezzo irrisorio, e pertanto nessuno pensa che siano di vera pelliccia.

Sbagliato!

Gran parte degli inserti sono lavorati, colorati, sbiancati e trattati a tal punto che i consumatori non si accorgono di comprare inserti di vero pelo
La pelliccia che sembra finta è quasi sempre pelle di animali scuoiati, che hanno vissuto soffrendo e sono stati uccisi in maniera brutale.



Dovete sapere che l'industria della moda sta usando sempre più pelli di animali nel settore degli inserti, che provengono la maggior parte dagli allevamenti cinesi

Sconsiglio la visione di questo filmato alle persone sensibili, e la consiglio a tutti i propretari di pellicce che, purtroppo, non leggeranno mai questo post!



Un giubbotto col collo di pelliccia non è meno vergognoso di una pelliccia intera.


Per saperne di più consultate questo sito


martedì 5 gennaio 2010

Amanti di bambini

Un giorno incontrai un bambino cieco...
mi chiese di descrivergli il mare,
io osservandolo glielo descrissi,
poi mi chiese di descrivergli il mondo...
io piangendo glielo inventai...

( Jim Morrison)

Turatevi il naso…e leggete la notizia quì.
Ho vomitato e sto male!
Non aggiungo altro, scusate

sabato 13 giugno 2009

Agrigento: Agenti in borghese aggrediscono extracomunitari, poco prima che iniziasse la manifestazione contro i respingimenti

Vi riporto quanto è accaduto ad Agrigento durante la manifestazione di adesione alla campagna nazionale, indetta da Fortress Europe, contro i respingimenti dei clandestini attuata dal governo italiano.
L' articolo è di Vincenzo Campo ,le fotografie sono state scattate da Tano Siracusa.

“Tutto pare assolutamente normale; è un pomeriggio di giugno, già estate, con le sue consuete lentezze e sonnolenze.

Armeggiamo intorno a una pedana e guardiamo il tecnico che combatte con cavi, fili, spine, prese, amplificatori… quello che servirà, fra poco, alla nostra manifestazione contro la cosiddetta linea dura del governo nei confronti degli immigrati, contro i respingimenti in mare, contro la consegna degli sventurati che tentano di venire qui al colonnello Gheddafi e ai suoi torturatori.

Poco più avanti i “vucumprà” con la loro mercanzia fatta delle solite cianfrusaglie: cinture , borsette, occhiali da sole, braccialetti, occhiali per presbiti… loro sono là, come sempre, davanti alle loro cose, pronti a mercanteggiare per spuntare il prezzo migliore intanto che chiacchierano e ridono.

Tutto secondo la norma
Poi d’un tratto la normalità finisce e la flemma delle inconsapevoli comparse d’uno spettacolo assolutamente inatteso e decisamente fuori luogo s’interrompe e si fa attenzione stupita a quello che accade; tutto s’arresta e gli sguardi si rivolgono verso i neri rivenditori di cianfrusaglie, mentre il normale brusio delle chiacchiere di ognuno vie sopraffatto dal rumore d’un’azione repentina e inattesa.
Lo spettacolo comincia d’improvviso e ci mostra un’aggressione in piena regola su quegli sventurati colpevoli di vendere cianfrusaglie, ma senza la licenza e forse pure senza il permesso di soggiorno… delinquenti neri, extracomunitari, da respingere subito, senza por tempo in mezzo, proprio in quel momento,giusto mezz'ora prima che cominciasse la manifestazione contro i respingimenti.



Lo spettacolo è magnifico e d’un realismo incredibile: è la forza dell’autorità che si scatena sugli ultimi: una decina di uomini all’apparenza normali, bianchi, vestiti come noi, con gli abiti informali d’un ordinario pomeriggio d’estate, si avventano sui neri… non si capisce che accade…. La gente è preoccupata e sbigottita… i neri scappano, tentano di scappare, lasciando sul marciapiede la loro impresa abusiva, la loro piccola-grande ricchezza fatta di quelle quattro cose.
Ne acchiappano uno, forse altri due o tre più avanti ma non si vede, lo tengono in due e se lo portano…. a terra un paio di sandali lasciati da qualcuno in fuga, e
padre Gaspare, il missionario comboniano principale organizzatore della manifestazione che da lì a poco si svolgerà, che protesta a voce alta, grida il suo sdegno a quelli che sapremo dopo essere carabinieri, giustamente indignato e forse anche forte dell’abito che porta:
“Se arrestate lui dovete arrestare anche me
", urla.



Ci spostiamo dall’altra parte dei giardini, al comando dei carabinieri, e padre Gaspare entra e parla coi militari; Tano Siracusa viene identificato e invitato a rimanere lì, ma s’allontana spiegando che se non è sottoposto a un fermo può andare dove vuole.

Arrivano notizie contraddittorie: dicono, i militari, di non aver saputo della manifestazione, pur comunicata al questore e perciò consentita, dicono di avere eseguito non meglio precisati ordini superiori, di aver coordinato l’operazione con la polizia di stato, che la loro azione è necessitata dalle continue denunce dei commercianti regolari contro gli abusivi neri e forse clandestini…

Ce ne andiamo e torniamo alla nostra manifestazione; naturalmente, a parte quella decina di extracomunitari che è venuta lì con noi, non se ne vede uno di quelli che abitualmente stanno lì a Porta di ponte, a discorrere o a vendere braccialetti di perline infilate; naturalmente la paura ha avuto la meglio sul diritto e la ragione; ancora una volta, naturalmente, al presunto pericolo nero, all’incalcolabile danno che l’abusivismo del commercio di cianfrusaglie fa a quello regolare dei bei negozi della via Atenea, abbiamo saputo contrapporre la forza dell’autorità, i muscoli della legalità formale.

Quella stessa che non sappiamo o non vogliamo esercitare nei confronti degli autori palesi delle grandi frodi, dei brogli, degli scandali nazionali.

Giustizia è stata fatta: quel disgraziato è rimasto in caserma e ha lasciato sulla strada la ricchezza del suo piccolo commercio; sarà rilasciato e se non è regolare rimpatriato e il segnale è stato dato a chi ha la pretesa di solidarizzare coi neri, cogli arabi, coi berberi, coi magrebini irregolari e abusivi”.

(Vincenzo Campo)





Vi ricordo che dal 10 al 20 giugno : si svolgeranno 93 eventi in 57 città italiane, per dire no ai respingimenti.


LA LISTA COMPLETA DEGLI EVENTI IN PROGRAMMA




giovedì 21 maggio 2009

Filma uccisione cane: la sofferenza come spettacolo

I carabinieri di Canicatti' (Agrigento) hanno identificato i ragazzini che lo scorso 10 maggio hanno seviziato e impiccato un cane nei pressi della villa comunale. Secondo quanto ricostruito dai militari dell'Arma che hanno visionato il filmato delle telecamere recentemente installate dal Comune nella villa , il responsabile materiale della morte del cagnolino e' un bambino di appena nove anni il quale prima ha ucciso lo yorkshire impiccandolo con una catena alla maniglia del portone di uno stabile attiguo alla villa comunale,poi si è accanito sulla carcassa dell’animale colpendolo con delle pietre e urinandovi sopra e come se non bastasse, si e' pure fatto filmare con i cellulari da altri ragazzini di eta' compresa tra i 13 e i 15 anni.

Casi come questo purtroppo non sono isolati!


Il bambino che vive in un contesto difficile, che subisce violenza in ambito famigliare, scolastico o amicale, spesso manifesta, proprio attraverso un rapporto sbagliato con l'animale, violento e crudele il proprio disagio, la propria richiesta di aiuto. Diventa così fondamentale per un insegnante, un assistente sociale, un genitore, saper leggere oltre e saper interpretare correttamente e rapidamente ciò che certi atteggiamenti rappresentano.

Inoltre è importante sapere che, assistere a certi spettacoli ( alcuni tipi di feste di paese o religiose, i palii, i circhi, gli zoo) possono rappresentare un serio pericolo per l'educazione dei più giovani.
Ad esempio il circo è uno spettacolo proposto sempre più spesso anche nelle scuole e definito “educativo” malgrado sia stato denunciato più volte da varie istituzioni pubbliche e private, per l’estrema violenza fisica e psicologica esercitata in questo tipo di attività
LEGGI LE DICHIARAZIONE DEGLI PSICOLOGI



"I serial killer sono bambini a cui non è stato detto mai che è sbagliato cavare gli occhi a un animale". A dirlo in termini lapidari fu Robert Ressler,investigatore e criminologo del Fbi




Ecco come commenta la notizia, Ciro Troiano criminologo – Responsabile Osservatorio Nazionale Zoomafia LAV


La sofferenza come spettacolo, il dolore altrui come risposta a impulsi distruttivi ma anche come affermazione di un proprio ruolo. “Sul sacrificio e sul sacrificarsi – diceva Nietzsche - le vittime la pensano diversamente dagli spettatori: ma a loro non è mai stata concessa la parola”. Suscita sgomento la notizia che l’autore delle sevizie e dell’uccisione di un cagnolino è un ragazzino di nove anni, il quale dopo aver ucciso il cane impiccandolo con una catena alla maniglia della porta si è fatto filmare con i cellulari da altri ragazzini di età compresa tra i 13 ed i 15 anni. I più oscuri impulsi del cuore umano vanno molto al di là della ragione e della logica. Non è l’indifferenza verso la sofferenza, ma al contrario è la ricerca della sofferenza, la sua sperimentazione, la sua esperienza a guidare gesti simili. Il dolore spettacolarizzato, la morte, il dolore dei dolori, la madre di tutti i dolori che viene magnificata con il filmato del telefonino. Così la sofferenza diventa virtuale. Nello spettacolo la morte viene trasformata e rappresentata come gesto grande, perde i suoi caratteri negativi e diventa amica di gioco, anzi, un’occasione per rappresentarsi e per essere in maniera più piena, esistendo al massimo. “L’uomo come spettatore estetico è spinto a disinteressarsi addirittura della vita e della sofferenza dei suoi simili pur di godere di uno spettacolo.” Sosteneva in modo appropriato Soren Kierkegaard. Non possiamo che condividere le parole del filosofo A.C. Grayling: “Alcuni credono che il riformismo ingenuo e sentimentale applicato alla questione dei diritti degli animali non serva ad altro che a distogliere l’attenzione da questioni morali più importanti. Può anche darsi. D’altra parte, in nessun caso l’integrità di un individuo è messa maggiormente alla prova di quando egli ha potere su una creatura che non può far sentire la propria voce. E, tutto sommato, la strada che porta dal torturare gli insetti al commettere crimini contro l’umanità non è poi così tortuosa”. Che la violenza sugli animali da parte di bambini possa trasformarsi nell’età adulta in violenza contro le persone, gli investigatori dell’FBI lo sanno da tempo. La conferma viene da numerosi studi. Uno di questi è durato un anno ed è stato finanziato dalla maggiore associazione americana per la tutela degli animali, la Humane Society. Sono stati esaminati ben 1.600 episodi di violenza sugli animali e i risultati sono inquietanti: il 31% degli atti di violenza è compiuto da giovani maschi con meno di 18 anni. Un’altra conferma della stretta correlazione tra il maltrattamento di animali e i casi di violenza tra le mura domestiche è arrivata da un rapporto di un team di psicologi del Cid (centro investigazioni criminali di Scotland Yard) al termine di un importante studio per prevenire gli abusi domestici e i crimini violenti. Una ricerca precisa che ha messo in risalto l’analisi a ritroso della storia personale di alcuni pericolosi delinquenti. Tutti da piccoli sono stati seviziatori d’animali. Tutti i soggetti studiati avevano maltrattato e infierito su cani, gatti e pesci rossi. La crudeltà nei riguardi degli animali è considerata nel DSM-IV, manuale diagnostico dei disturbi mentali, uno dei criteri che permettono di individuare la presenza di un Disturbo della Condotta in età infantile o adolescenziale che può evolversi in Disturbo Antisociale di Personalità. Il Progetto Link – Italia, portato avanti su base volontaria da educatori, psicologi, criminologi e operatori del diritto, studia e analizza nelle sue diverse manifestazioni il fenomeno nel nostro Paese e mira alla creazione di una banca dati. Tutti questi studi dimostrano in modo univoco che le persone che commettono un singolo atto di violenza sugli animali sono più portate a commettere altri reati rispetto a coloro che non hanno abusato di animali. “E si fa per divertimento quello che si fa per delinquenza”, asseriva Lattanzio. Giustamente è stato detto che mentre non tutti coloro che abusano di un animale diventeranno serial killer, di fatto qualsiasi serial killer ha precedentemente abusato di un animale. La logica e la razionalità non guidano il cuore umano, anche se possono spiegare gli impulsi umani. Sarebbe interessante sapere qualcosa di più di questo bambino. Capire dove vive, qual è il suo contesto familiare. Spesso essere vivi non è la stessa cosa che avere una vita da vivere, dotata di significato. E il significato può essere cercato anche nella sofferenza, una sorta di danza piacevole. (http://www.infolav.org/)

lunedì 27 aprile 2009

Virgil Caldarar, un bambino Rom che non vedrà mai la luce

Questa breve poesia, inframmezzata dai versi di una ninna nanna, è dedicata a Virgil Caldarar, un bambino Rom cui le politiche intolleranti e l’odio razziale che imperversano in Italia non hanno concesso l’opportunità di nascere. LEGGI QUI'




Ninna nanna sulla spiaggia di Pesaro

Una notte spietata

ricacciò l’alba nella morte.


“Dormi bimbo, fai la nanna,

qui con te c’è la tua mamma”.


Di un piccolo germoglio

atteso alla luce,

non rimane che un nome:

Virgil.


“Dormi Virgil, chiudi gli occhi,

stan dormendo anche i balocchi”.


Se l’odio degli uomini

cancellò la sua vita,

un’onda pietosa

custodirà quel nome

che ci fa piangere.


“Dormi Virgil nel tuo letto,

ti protegge un angioletto”.


E il mare lo ripeterà alla sabbia

eternamente: Virgil,Virgil, Virgil...


“Dormi Virgil, fai un buon sonno

ti protegge anche il nonno”.


Dimenticarlo sarebbe buio:

ricordiamolo - anche se è una ferita -

e aspettiamolo all’alba della vita.


“Dormi Virgil, resta qua

c’è la mamma e c’è il papà”.


domenica 22 marzo 2009

Ponte Galeria - Morire di Cie. Quando la detenzione amministrativa uccide

"...Ponte Galeria è il luogo della sospensione di tutto, non devi neppure scontare una pena. È una zona grigia, è una terra di nessuno nella quale non c’è legge se non quella di chi comanda...Man mano che giovani e meno giovani, nigeriani e bosniaci, rom e richiedenti asilo, tunisini e est europei ci si facevano incontro per parlare, raccontare, spiegare, chiedere, il funzionario di polizia Baldelli ha cominciato a spingerli, a intimare loro di farsi da parte, ci ha tolto di mano la penna con la quale stavamo prendendo appunti, ha preteso che gli consegnassimo il blocchetto, ci ha spinto verso l’uscita..."





Era successo già tante volte
, da quando erano stati istituiti i centri di permanenza temporanea (CPT) , nel 1998.

Quello stesso anno Amin Saber moriva in Sicilia, nel CPT di Pian del lago a Caltanissetta, in circostanze che non sono mai state chiarite, anche se a quell’epoca si parlò di un proiettile che, nel corso di un tentativo di fuga, lo avrebbe raggiunto alle spalle.

Poi, alla fine del 1999, la strage del centro di detenzione Serraino Vulpitta di Trapani, sei immigrati arsi vivi per la carenza di estintori e per i ritardi nell’apertura della cella nella quale erano rinchiusi con normali catenacci da saracinesca. I responsabili della struttura furono assolti dopo un lungo processo penale, ma per quel rogo lo stato italiano sta risarcendo oggi le vittime che riuscirono a salvarsi.

Da allora, anno dopo anno, una lunga serie di morti sospette, sempre archiviate con la ritrattazione dei pochi testimoni, mentre i mezzi di informazione si limitavano ad elencare le denunce e i decreti di espulsione che riguardavano le vittime. Un modo per tranquillizzare l’opinione pubblica, in fondo ad un clandestino, ad un pregiudicato, magari anche ad un tossicodipendente, che cosa può succedere se non finire i suoi giorni dentro un centro di detenzione amministrativa?

Ancora lo scorso anno, da Torino a Caltanissetta, altri decessi senza colpevoli, sempre il solito copione.

  • Le prime testimonianze che riferiscono di percosse da parte della polizia, o di ritardi nella somministrazione delle cure mediche, poi la ritrattazione dei testimoni oculari e quindi la “dispersione” di quanti potrebbero deporre durante un processo, con la esecuzione immediata di trasferimenti e di provvedimenti di espulsione.
  • Le cronache che riferiscono per qualche giorno della “morte di un clandestino”,
  • i responsabili delle strutture che affermano di essere intervenuti tempestivamente,
  • i vertici della polizia che escludono qualsiasi maltrattamento degli “ospiti”, come li chiamano loro, dei centri di detenzione.

Un copione che potrebbe ripetersi ancora, oggi a Ponte Galeria, dove è morto per arresto cardiaco un immigrato algerino in attesa di espulsione, Salah Souidani, di 42 anni, domani chissà dove.

Durante la visita all’interno del Centro Polifunzionale di Caltanissetta, ad esempio,diversi migranti, avevano fornito, alla presenza di parlamentari, una versione dei fatti, relativi alla morte di un giovane ghanese deceduto il 30 giugno 2008, che appariva assai diversa da quella fornita dalle autorità, in particolare per quanto concerne gli orari e le modalità di intervento dei medici. L’inchiesta avviata dalla magistratura non ha ancora stabilito le cause del decesso, se i soccorsi siano stati tempestivi, mentre la stampa locale ha continuato ad attribuire maggiore rilievo alla “cattura” di ambulanti privi di permesso di soggiorno o alla diffusione della tbc o della scabbia nei centri di accoglienza. Come al solito nessuno spazio sulle cronache nazionali.

Quando si verifica la morte di un immigrato dentro un centro di detenzione amministrativa, non si può continuare a ripetere sempre che si è trattato solo di “fatalità”, chiudendo in tutta fretta il caso.

Chiediamo alla magistratura, oggi a Roma come ancora a Caltanissetta, dopo la autopsia dei cadaveri delle vittime, un accertamento tempestivo dei fatti e delle eventuali responsabilità . Nell’interesse dei migranti, che sono e saranno ancora trattenuti nei centri di detenzione italiani, e degli stessi operatori delle strutture, che resterebbero altrimenti macchiati a vita dall’ombra del sospetto. Chiediamo soprattutto che vengano forniti alla magistratura i filmati registrati dai sistemi di sorveglianza, e che i diversi centri di trattenimento o di accoglienza non siano più, in futuro, affollati da un numero di persone superiore alla loro capienza, o impermeabili alla stampa ed alle associazioni umanitarie indipendenti.

Quanto succede nei CIE italiani, la tragedia maturata all’interno del centro di identificazione e d espulsione di Ponte Galeria, non sono frutto di fatalità o di eventi straordinari, ma derivano dalle modalità di gestione militare dei centri di detenzione, ancora più “avvelenata” dopo l’inasprimento che si è voluto da parte del governo con il prolungamento dei termini di trattenimento fino a sei mesi. Quando qualcuno si sente male viene spesso ignorato perché si pensa che sia solo un tentativo di fuga, e le proteste vengono duramente represse, con l’uso della forza nei confronti degli immigrati. Il centro di Ponte Galeria a Roma rimane poi la struttura più inaccessibile ed anche quella dalla quale si effettuano i rimpatri verso i paesi di provenienza, come probabilmente si stava verificando anche nel caso di Salah Souidani, un luogo nel quale la disperazione può raggiungere il massimo. La notizia di una frettolosa apertura di altri (sette o dieci non si sa) centri di detenzione amministrativa in diverse regioni italiane, la trasformazione dei centri di emergenza istituiti in base alla Legge Puglia del 1995, in centri “chiusi” e la commistione tra immigrati appena sbarcati (ai quali si potrebbe tra poco applicare il nuovo reato di immigrazione clandestina), ed immigrati da espellere dopo essere stati arrestati ed espulsi, perché privi di un permesso di soggiorno, non possono che alimentare le preoccupazioni più gravi per il futuro. Ed è noto quanto la detenzione amministrativa, prolungata adesso a sei mesi, risulti poco efficace al fine di un riconoscimento delle persone e di un effettivo rimpatrio. Ma quello che preoccupa maggiormente è il livello di abbandono nella quale versano gli immigrati che transitano in queste strutture, un abbandono che può anche uccidere. La carenza di assistenza medica e legale nei centri di trattenimento italiani, comunque denominati, risale a molti anni fa ed è stata altresì rilevata dalla Commissione Libertà civili e giustizia del Parlamento Europeo nel dicembre del 2007. Eppure malgrado queste denunce e le critiche contenute nella relazione della Commissione De Mistura, nella passata legislatura, la situazione dei CIE è sempre più militarizzata, poco importa se la sorveglianza è affidata alla Polizia di Stato o alla Croce Rossa militare, di centri di detenzione si continua a morire. Un recente rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro ha descritto il razzismo istituzionale praticato in Italia ai danni degli immigrati. Il sistema dei centri di detenzione amministrativa, soprattutto dopo il prolungamento del trattenimento fino a sei mesi, rappresenta il perno delle politiche di esclusione e di criminalizzazione che con violenza crescente si rivolgono nei confronti degli immigrati. Piuttosto che reagire con sdegno alle accuse ben documentate del rapporto delle Nazioni Unite, sarebbe bene che i rappresentanti del governo si preoccupassero di verificare il rispetto delle norme e dei diritti fondamentali dei migranti rinchiusi nei CIE italiani.

Le esperienze precedenti, i ricorrenti insabbiamenti non ci permettono di nutrire fiducia nelle indagini amministrative già disposte dal Ministero dell’Interno “per fare chiarezza” su quanto realmente accaduto nel centro di detenzione di Ponte Galeria.
La copertura data dal governo, ancora oggi, ai protagonisti della “macelleria messicana” di Bolzaneto e della Diaz lascia prevedere , ammesso che si riesca ad individuare dei responsabili, un simile atteggiamento anche nei confronti di coloro che compiono violenze ed abusi ai danni degli immigrati rinchiusi nei CIE o in strutture similari. Chiediamo una ispezione urgente del Comitato di prevenzione della tortura (CPT) del Consiglio d’Europa, nei centri di detenzione amministrativa italiana, comunque denominati, per accertare le condizioni di legalità, il rispetto del diritto alla salute e delle norme di sicurezza. Chiediamo alla Commissione Europea un rigoroso monitoraggio delle modalità di attuazione in Italia della Direttiva 2008/115/CE in materia di rimpatri e di detenzione amministrativa.

( di Fulvio Vassallo Paleologo, Università di Palermo pubblicato su http://www.meltingpot.org/)

Vedi anche :

- Tutto sul Cpt di Ponte Galeria

giovedì 19 marzo 2009

Algerino muore nel Cie di Ponte Galeria

"Hanno ammazzato un algerino". La notizia, ancora non confermata, è arrivata poche ore fa dall'interno del Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria a Roma.

A contattarci uno dei ragazzi rinchiusi, del quale non riveliamo il nome.

"Stava male, ieri sera, ed è stato portato nell'infermeria del centro. Non si sa cosa avesse, di quale malattia soffriva. I poliziotti lo hanno portato nell'infermeria, dove è stato visitato. Pensavano che fingesse. Pensavano che non avesse nulla".

La nostra fonte ci riferisce che i poliziotti lo hanno picchiato e che gli è stato detto di 'andarsi a prendere le medicine al suo Paese'.

"Quando lo hanno dimesso dall'infermeria, prima che rientrasse nella stanza, lo hanno menato. Lo abbiamo trovato morto stamattina, nella sua stanza. Abbiamo chiamato i poliziotti, che si sono avvicinati e hanno cominciato a muoverlo, con i piedi. Poi lo hanno portato fuori".

Da quanto tempo era dentro? "Solo due giorni".

Quanti anni aveva? "Ventiquattro".

Il direttore del centro, Fabio Ciciliano, contattato successivamente, ha confermato la morte dell'algerino, smentendo tuttavia il fatto che la persona sia deceduta a causa di percosse.

"L'uomo non ha 24 anni, ma 42 - ha detto Ciciliano - e non è stato picchiato dalla polizia. La causa del decesso è un arresto cardiocircolatorio. L'uomo è deceduto stamattina, dopo essersi sentito male durante la notte. Era tossicodipendente". Ciciliano ha avvertito l'autorità giudiziaria, che disporrà l'autopsia per accertare le cause della morte.

(Fonte PeaceReporter, autore:Luca Galassi)

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Altri articoli di Luca Galassi


Aveva 42 anni ed era originario dell’Algeria.
L'immigrato era arrivato ieri da Modena nel Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria, a Roma.
Questa mattina, poco dopo le 10, l’hanno trovato morto
La versione ufficiale, resa nota dal direttore del Centro, Fabio Ciciliano, parla di un arresto cardiocircolatorio.
“L’uomo – dice – era tossicodipendente”, smentendo, in questo modo, la notizia che la morte possa essere avvenuta a causa delle percosse e della negligenza della polizia.
In realtà, secondo il racconto fatto da alcuni testimoni , l’uomo si sarebbe sentito male la scorsa notte e, dopo una visita sommaria, i poliziotti avrebbero ritenuto che fingesse per potersi così allontanare dal Centro. Lo avrebbero quindi picchiato, intimandogli “di andarsi a curare al suo Paese”.
La mattina dopo i compagni di cella lo hanno trovato morto.


La testimonianza a Radio Popolare. «Noi - ha detto l'immigrato - dicevamo a loro che era morto ma i poliziotti dicevano che faceva finta di essere morto per uscire e scappare. È successo stanotte intorno alle 11. Non hanno fatto niente, lo hanno fatto sdraiare, lui ha cominciato a pregare perché aveva capito che stava per morire, ma loro continuavano a pensare che lui volesse uscire fuori per scappare». E ancora: «Quell'uomo ieri sera si è sentito male, aveva male allo stomaco, hanno chiamato la Croce Rossa per vedere cosa c'era, ma la polizia ha fatto dei problemi». Il testimone dice che «la polizia lo ha picchiato, non lo so con cosa, poi lui è tornato in stanza. Oggi lo hanno trovato morto. Aveva la faccia gonfia, i piedi e le mani blu»




E' difficile sperare in un'inchiesta seria con questo clima di razzismo dilagante!


sabato 14 marzo 2009

La disavventura di un deputato del Parlamento europeo a Regina Coeli.

L'avvocato di Karol Racz, Lorenzo La Marca, ha riferito che nel corso dell'ultimo colloquio in carcere, avvenuto sabato scorso, Racz avrebbe avuto forti disturbi all'udito, arrivando a perderlo quasi del tutto; inoltre, avvicinando un dito a un orecchio, ha notato davanti al legale di perdere sangue. L'avv. La Marca, dopo essersi consultato con un medico che consigliava il ricovero immediato di Racz per accertamenti, ha inoltrato una richiesta al Gip di ricovero presso una struttura sanitaria; a tuttora il Giudice non ha dato alcun riscontro al riguardo.

Si ricorda che il diritto alla salute è uno dei diritti inviolabili della persona, sancito dalla Costituzione italiana (art. 32) e dalla Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione europea (art. 3, diritto all'integrità della persona, art. 35, diritto alla salute, e altri).

Alexandru Isztoika Loyos ha dichiarato di essere stato costretto a confessare una colpa non commessa sotto tortura e altri trattamenti inumani.

L'articolo 3 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani condanna le forme di violenza istituzionali: “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti.”

Ma sembra che a nessuno venga in mente di appurare i trattamenti inumani denunciati da Isztoika Loyos e Racz.

Nonostante le prove del DNA (eseguite in più riprese per scongiurare errori su tutte le tracce rinvenute dalla Scientifica sul luogo dello stupro), gli Inquirenti non sembrano intenzionati a rilasciarli, né a metterli in condizione di relazionarsi con altre persone all'infuori dei loro carcerieri e dei due legali.



Temendo l'eventualità di un “suicidio” in cella, o comunque una morte in circostanze misteriose all'interno del carcere, il Gruppo EveryOne, organizzazione internazionale di Diritti Umani, incaricata dall'on. Viktoria Mohacsi al Parlamento europeo, hanno avanzato la richiesta di poter incontrare al più presto in carcere i due romeni, per constatarne le condizioni di salute e interrogarli accuratamente sull'intera vicenda.
" Se vi è stata effettivamente tortura, fra le procedure adottate da chi conduce l'inchiesta sui romeni, possiamo anche aspettarci di trovare una confessione manoscritta e firmata accanto al cadavere di Racs o di Isztoika Loyos: una tipologia di “suicidi” caratteristica dei regimi polizieschi." LEGGI tutto l'articolo

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Ecco come hanno impedito a Giulietto Chiesa ed alcuni esponenti dell'associazione Everyone, di visitare i due detenuti rumeni



Un grave episodio al Carcere Regina Coeli di Roma

A Giulietto Chiesa, deputato del Parlamento europeo , non è stato consentito di avere un colloquio con i due rumeni accusati dello stupro al parco della Caffarella avvenuto il 14 febbraio scorso, nonostante la legge lo permetta a chi è stato eletto dal popolo.

L'illegalità diventa di Stato.


Roma, 13 marzo 2009

Oggi, 13 marzo 2009, sono stato testimone di un fatto gravissimo: la direzione del Carcere di Regina Coeli di Roma non mi ha permesso di visitare i due detenuti rumeni accusati e involontari protagonisti dello stupro al Parco della Caffarella. Chi ha autorizzato i funzionari del carcere a una così evidente violazione della legge?

L'articolo 67 della legge 354/75 che regolamenta il regime carcerario consente a ogni rappresentante eletto di visitare i detenuti senza alcun preavviso; per questo motivo in mattinata insieme ad alcuni esponenti dell'associazione in difesa dei diritti umani “Everyone”, mi sono recato al Regina Coeli per visitare in veste di europarlamentare Karlo Racz e Alexandru Istoika.

Nonostante la regolare esibizione di tutti i documenti, la direzione ha addotto per quasi due ore tutta una serie di pretesti formali e burocratici (avrebbe per esempio permesso il mio accesso, ma non quello del nostro interprete rumeno) che mi hanno proibito di esercitare le mie prerogative.

Si tratta di una grave violazione delle regole democratiche, che fa parte di un'operazione politica organizzata: pur di sbattere un mostro in prima pagina, si mette alla gogna il primo malcapitato, sull'onda emotiva di un'opinione pubblica sempre più spaventata dai media.

Il caso dei due rumeni peraltro dimostra che tali comportamenti isterici sono dannosi per lo svolgimento delle indagini, distorcendone il regolare funzionamento e impedendo l'individuazione dei reali colpevoli.

In qualità di deputato europeo mi riservo di intraprendere tutte le azioni legali necessarie per accertare le responsabilità dell'episodio e di presentare una formale interrogazione in sede europea.

Giulietto Chiesa
Europarlamentare

Guarda l'intervista a Giulietto Chiesa




Fonte: www.giuliettochiesa.it
La vignetta : Mauro Biani

lunedì 1 dicembre 2008

Allarme colera tra i profughi in RdC

La fuga dei civili dalle regioni orientali del Nord e Sud Kivu continua, nonostante la parziale tregua nei combattimenti tra ribelli di Nkunda, esercito congolese e milizie filogovernative Mayi Mayi.
MSF lancia inoltre un allarme: 5000 profughi sono a rischio colera.



Diminuiscono le ostilità in Nord Kivu ma la situazione umanitaria si mantiene sempre ai limiti del disastro.
E’ salito a un milione e 35mila il numero di sfollati nelle aree di Nord e Sud Kivu e Ituri, in seguito agli scontri fra ribelli ed esercito regolare della Repubblica Democratica del Congo.
Fino a martedì si è invece registrato un flusso di oltre 1.300 profughi congolesi, i quali hanno raggiunto l’Uganda attraverso la città di Inshasa.
Sembra inoltre che una pericolosa epidemia di colera stia dilagando sulle sponde del Lago Edoardo.
Dopo i primi 47 casi sospetti, un’equipe di Medici Senza Frontiere sta cercando di stabilire l’entità dell’epidemia che potenzialmente potrebbe colpire 5.000 rifugiati che si trovano in zona, in seguito alla fuga dai propri villaggi.
L’attuale mancanza di personale sul luogo, dovuta alle difficoltà di trasporto sulle principali vie di comunicazione, rischiano però di far dilatare ulteriormente i tempi.

Intanto è iniziato il trasferimento provvisorio dei rifugiati dal campo di Kibati, posizionato a nord di Goma.
Posto sulla linea di fuoco, la settimana scorsa il campo è stato vittima delle scorribande delle forze militari presenti nell’area.
La precedenza è stata data ad anziani, bambini e persone con urgente bisogno di cure mediche: la loro destinazione sono i campi di Buhimba, Bulengo, Mugunga I e II, situati nei dintorni della città, le cui strutture e servizi sono garantiti e funzionanti.
E’ in oltre in fase di approvazione da parte della Monuc l’allestimento di un nuovo campo, Mugunga III, dove verrebbero trasferiti stabilmente gli oltre 67.000 rifugiati di Kibati.
Il problema rimane quello del trasporto: solo anziani bambini, una volta che il progetto sarà definitivo, verranno trasferiti mediante i camion delle Nazioni Unite mentre, per i restanti, il trasferimento spontaneo verrà supportato dalla Monuc attraverso le stazioni di distribuzione di acqua e viveri, poste sui 15 km del tragitto.
Allo stesso tempo, proprio la Monuc si trova al centro di uno scandalo: quello dei caschi blu indiani.
Una lettera inviata dal governo congolese al segretario generale delle Nazioni Unite, il sud-coreano Ban Ki Moon, chiede di non inviare ulteriori truppe di provenienza indiana.
Quelle già presenti nella zona del conflitto, sono infatti sospettate di essere coinvolte in alcuni degli episodi di abusi sessuali perpetuati sulla popolazione locale nelle ultime settimane.
Un'accusa che era già venuta a galla anche nel 2006, mentre più recentemente i soldati dell'Onu in RdC erano stati al centro di un'inchiesta perchè colpevoli di aver venduto armi ai gruppi ribelli in cambio di droga e diamanti.

A sua volta, il governo congolese si trova a dover rispondere al rapporto presentato ufficialmente mercoledì da Human Rights Foundation, che accusa il governo Kabila di essere responsabile della morte di oltre 500 oppositori negli ultimi due anni. I corpi sarebbero stati occultati nel letto del fiume Congo ed in fosse comuni.
Il governo ha rifiutato la veridicità del rapporto e, attraverso il portavoce del presidente Lambert Mende Omalanga, ha dichiarato il report come “fazioso e politicizzato” nonché “atto a screditare l’operato del governo”.

La momentanea cessazione delle ostilità, che ha visto il ritiro verso est delle truppe ribelli del CNDP e il ritorno a Goma di una parte di quelle del FARDC, ha dato finalmente tempo all’Onu di aprire un caso sui crimini di guerra e sulla lesione dei diritti umani che si sono verificati ad oggi per opera di entrambe le fazioni.
La chiusura delle indagini e l’identificazione dei colpevoli, o almeno di una loro parte, diventerà nuovamente difficile ad una prevedibile ripresa degli scontri in tempi non troppo lunghi.

( di Dino Garzoni da Goma, pubblicato su
Nigrizia.it)