Ascoltate Josè Saramago intervistato da Serena Dandini

Visualizzazione post con etichetta Sicilia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sicilia. Mostra tutti i post

venerdì 25 giugno 2010

Arrivano le caporali

Nelle campagne siciliane il fenomeno del caporalato si tinge di rosa.
Sono donne che gestiscono altre donne, guadagnano 5 mila euro l’anno in più e lavorano sette giorni su sette, per conto del datore di lavoro.
Il comune capofila è
Rosolini, 20 mila anime nel siracusano agricolo, tra Cassibile e Pachino.
Il metodo è quello ereditato dai colleghi uomini.
La mattina delle caporali inizia alle quattro. Un pulmino carica 20 ragazze di origine rumena per portarle nei campi a raccogliere i fantomatici pomodorini di Pachino o le zucchine nei tunnel, piccole serre alte 80 centimetri. In casi di maltempo però si rivolgono ingenuamente al sindacato per chiedere assistenza.

“E’ venuta una ragazza - racconta Enzo Pirosa segretario della Flai rosolinese - che voleva aiuto perché le braccianti dell’est non volevano lavorare a causa della pioggia. Ha raccontato di avere affittato una casa dove le ospitava. Siamo intervenuti e bloccato lo sfruttamento. La paura però è che oltre a questo vi fosse altro. C’è una certa ingenuità nel
le caporali che, in balia dello sfruttatore, per 5 o 6 mila euro in più l’anno diventano delle sfruttatrici nei confronti delle colleghe”.

Le donne sono le nuove protagoniste della filiera agroindustriale siciliana, dalla raccolta al packaging rappresentano l’anello fondamentale della fascia trasformata. E spesso allietano anche le serate di padroncini e amici produttori.

A Vittoria
, nel ragusano, terra rossa e di lotte contadine, sono in voga i “festini agricoli”.

Sono serate - spiega don Beniamino Sacco che gestisce il centro di accoglienza per 70 migranti - dove il datore di lavoro, insieme ai suoi amici aiuta ad arrotondare il cachè delle lavoratrici che, per otto ore di lavoro, guadagnano fino a 20 euro, con la serata arrotondano a 30. Sono veri e propri fenomeni di abuso. Una prestazione di natura sessuale aggiunge 10 euro alla giornata. Si tratta di un fenomeno difficile da quantificare - conclude - quello visibile è circa il 15 per cento”. Le donne di origine rumena a Vittoria sono circa 2500, mentre i migranti sono 12 mila, di cui 8 mila impiegati nelle campagne della cosiddetta fascia trasformata che va da Vittoria a Cassibile e comprende le due province di Ragusa e Siracusa.


E’ discordia tra patate e pomodori


L’immigrazione è un fenomeno stanziale nel sud est della Sicilia. La sola Rosolini ospita 820 lavoratori stranieri residenti, la percentuale più alta è quella marocchina (459), mentre i rumeni sono 98. Avola, Pachino, Portopalo, Ispica, Scicli su 8500 lavoratori agricoli contano 3 mila lavoratori migranti regolari. A questi però vanno aggiunti i lavoratori a cui non viene rinnovato il contratto di lavoro e, a causa della Bossi- Fini, alimentano la manodopera irregolare. Il lavoro nero è stimabile tra il 35-40 per cento. “C’è un fenomeno nuovo - dice Monia Gangarossa del Forum per l`immigrazione di Vittoria - per cui i magrebini stanno perdendo il proprio posto di lavoro perché
i proprietari delle aziende prediligono i rumeni e le rumene che costano meno, in media 15-20 euro, e non hanno il problema del permesso di soggiorno. La comunità tunisina al contrario è strutturata, ma negli ultimi dieci mesi hanno perso il posto di lavoro. Attraverso il Forum vorremmo anticipare lo scoppio di un conflitto sociale”.

Il contrasto tra migranti del maghreb e neocomunitari caratterizza tutta la fascia produttiva delle due province siciliane. “Sono senza lavoro da dicembre - racconta Aziz di Casablanca che dorme nella tendopoli di Cassibile -. Vivo a Ragusa dal ’90 e ho sempre lavorato in un`azienda di Modica che lo scorso inverno mi ha licenziato perché parlavo troppo. Mi pagava 42 euro al giorno, ma il salario mi arrivava un mese sì e uno no. Ho una famiglia numerosa e quindi ho chiesto un pagamento più regolare. Così mi ha buttato fuori e preso un altro lavoratore rumeno. Per questo sono costretto a venire a Cassibile, ma fino ad ora ho lavorato solo due volte”.

Per raccogliere 500 quintali di patate, ad esempio, ci vogliono trenta operai, se la produzione della patata peggiora per raccoglierla ci vogliono 50 persone. La giornata lavorativa di otto ore, per un magrebino, è retribuita da 35 a 50 euro. Se per i lavoratori regolari è prassi, per gli irregolari i salari minimi, garantiti dal contratto, rappresentano una chimera. I lavoratori più vulnerabili sono quelli senza contratto. Ricattabili e senza diritti vivono sulla propria pelle la selezione dei caporali che, ogni mattina alle 5, raccolgono braccia da sfruttare nei campi. I caporali eseguono gli ordini degli imprenditori e ricevono 35 euro per gli operai da impiegare.

I lavoratori scelti versano tre euro per il trasporto e cinque per l’ingaggio. Molti lavorano anche la domenica. Sono soprattutto marocchini senza contratto, partono con i camion per i mercati di Siracusa e di Catania. Aija è sudanese, 26 anni, per lo Stato è un clandestino e non gli è permesso dormire nella tendopoli della Croce Rossa. I braccianti agricoli, senza permesso di soggiorno, rappresentano una risorsa per molti imprenditori che abbattono il costo del lavoro.

"Vivo in un casolare a pochi chilometri dal centro di Cassibile - racconta Aija -. Siamo in 40 e dormiamo in quattro stanze. I materassi sono a terra, ma abbiamo anche una cucina. Per lavorare nei campi ci pagano 30 euro al giorno, dalle sei alle due del pomeriggio". Se Aija avesse un permesso di soggiorno le sue braccia costerebbero almeno 20 euro in più. Il prezzo delle patate si è dimezzato nel corso del 2009 e di conseguenza anche la presenza straniera che “quest’anno arriva a 350 - dice Gianpaolo Crespi della Rete Antirazzista - di questi 150 dormono nella tendopoli. Al di fuori del campo, c’è una realtà che molti non vedono”.

La tendopoli è il frutto di un protocollo tra Prefettura, sindacati, associazioni ed enti locali e prevede, inoltre, che i datori di lavoro diano un alloggio al lavoratore. All’interno del campo possono alloggiare soltanto gli stranieri regolari. I volontari della Croce Rossa registrano i nomi. L’accesso al campo è sottoposto a regole ferree, per entrare o uscire i migranti devono presentare il tesserino di riconoscimento assegnato loro nel momento della prima registrazione. Chi non ha il permesso di soggiorno non può essere ospitato e trova rifugio tra le campagne circostanti, nei cascinali abbandonati.


Da Mantova a Rosolini per essere competitivi


Dal 1984 un’azienda agricola del mantovano promette qualità, genuinità e garanzia. A pagare il caro prezzo delle tre promesse commerciali sono, però, i lavoratori. E non quelli impiegati nella sede del mantovano, ma gli stranieri delle serre-tunnel del Siracusano.
A Pachino l’azienda venuta dal Nord lavora da molti anni. A sentire i migranti che ci lavorano i loro diritti rappresentano un costo accessorio. "Mi pagano 40 euro al giorno, ma non sempre sono precisi nei pagamenti - si altera Mohamed che da due anni lavora nei tunnel della ditta -. Per contratto dovremmo lavorare otto ore, in realtà ci obbligano a farne nove ore e mezza senza lo straordinario. Se arriviamo in ritardo, il padrone, detrae mezz’ora di paga oraria e per tre giorni non ci chiama a lavoro".

L’azienda applica il Cpl (Contratto provinciale di lavoro) di Chieti che prevede una paga più bassa rispetto a quello del siracusano".
La raccolta delle zucchine e dei meloni nei tunnel è l’anticamera dell’inferno. Durante i mesi estivi si raggiungono temperature elevate, fino a ottanta gradi con percentuali di umidità che toccano il 95 per cento. Sarebbero necessarie delle accortezze particolari per tutelare la vita del lavoratore. Ma la pausa di cui godono i migranti impegnati nella raccolta è di un’ora, ogni otto di asfissiante lavoro, e i dispositivi di sicurezza individuali sono a carico dei lavoratori stessi.

"Guanti e mascherine per ripararci dalle inalazioni dobbiamo comprarceli, il datore ha stabilito così - spiega Mohamed". Dalle descrizioni dei lavoratori e dei sindacati l’azienda e` totalmente indifferente alle sofferenze dei lavoratori, qualcuno in paese non utilizza mezzi termini nell’etichettarla con il termine di “negrieri”.
Nel 2006 è morto un pachinese impegnato nella raccolta delle zucchine. Infarto, ha fatto sapere l’azienda. Ma sindacato e colleghi di lavoro la pensano diversamente. L’operaio sarebbe morto per avere inalato, all’interno del tunnel di plastica, fumi degli anticrittogamici.


Cresce la produzione, diminuisce l’occupazione regolare

Nella fascia produttiva del siracusano, nonostante la crisi economica, il prodotto lordo vendibile è aumentato del 20 per cento. "Da un lato aumenta la produzione e dall’altro si abbassa il numero dei lavoratori, di conseguenza esiste una fascia grigia - fa notare Enzo Pirosa - la forza lavoro è scesa in provincia da 13 a 10 mila. Il lavoro nero è stimabile tra il 35-40 per cento. Al sommerso della manodopera si accosta l’evasione contributiva fiscale che accade all’80 per cento dei lavoratori immigrati, ma dalla quale non sono immuni neppure gli italiani. Abbiamo spinto come Flai Cgil affinché le grosse aziende assumano con contratti a tempo indeterminato per garantire uno stipendio fisso e la tutela del lavoratore.

Ma non tutti accettano il tempo indeterminato perché gli farebbe perdere l’indennità di disoccupazione agricola. In realtà non considerano i vantaggi a lungo termine, come una pensione dignitosa, che offre un contratto a tempo indeterminato. Certamente si potrebbe partire con le grosse aziende”.
A Pachino la cooperativa Aurora, ad esempio, garantisce ai lavoratori contratti fissi. Una realtà nata da 16 piccoli produttori, ora 100, che hanno scelto di associarsi per superare le barriere del libero mercato. Ci lavorano 12 operai a tempo indeterminato e 50 stagionali. La sua è una storia al femminile, dove il lavoro delle donne ha contribuito sia alla crescita aziendale che al difficile percorso di emancipazione, delle donne di queste terre ricche di “oro rosso”.

Lavorazione e confezionamento del prodotto sono state affidate alle donne. "Nei locali della cooperativa lavorano molti pachinesi - sottolinea Salvatore Dell’Arte, presidente dell’Aurora-. I contratti prevedono 6 euro l’ora più l’ingaggio previsto dai contratti della cooperazione. La nostra trasparenza si scontra con una realtà disomogenea fatta di Cpl diversi da provincia a provincia, avviene così che a Ragusa il costo orario previsto per un operaio è di 4 euro e 80 centesimi. E inoltre ci dobbiamo confrontare con la concorrenza sleale dei produttori". Per non scaricare sui lavoratori la mannaia della competitività, il modello cooperativo potrebbe essere una valida alternativa, anche nelle terre del sud Italia.

"Associarsi e creare una cooperativa conviene- specifica- si eliminano i passaggi intermedi riducendo i costi". La catena produttiva inizia nelle terre dei piccoli coltivatori diretti soci della cooperativa che, raccolti i pomodori, li portano nei magazzini. Una volta confezionati partono per i mercati nazionali. Coop Italia è tra i maggiori acquirenti dell’Aurora. "Per un chilo di prodotto lavorato sosteniamo 1 euro e 20 centesimi di spese - spiega il presidente -. Il trasporto su gomma è uno dei costi che grava maggiormente sui nostri bilanci. Se la Regione Sicilia si decidesse a eliminare le accise sul carburante i costi diminuirebbero di molto. A queste si aggiunge l’aumento, pari al 15 per cento, del costo di produzione e la crisi della redditività delle aziende associate, calata del 30 per cento.

Se il prodotto non viene venduto direttamente alla grande distribuzione, viene ceduto ai mercati generali a prezzi più bassi. Un chilo di ciliegino pachino costa a Coop Italia 1 euro e 80 centesimi, nel supermercato, mezzo chilo dello stesso prodotto, arriva a costare 3 euro e 50" - conclude Dell’Arte. Chi ci guadagna? I sensali, mediatori siciliani, incidono nell’aumento del prezzo finale a discapito del guadagno dei produttori. Quella del mediatore è una figura storicamente parassitaria e non regolata, che ricorda la guardiania dei campi della mafia agricola. I mediatori propongono direttamente i prezzi di acquisto della merce e raramente l’imprenditore è in grado di rifiutare, trattiene inoltre una percentuale non prevista da alcuna normativa in materia.
Lavoro fittizio, falsi braccianti, lavoratori veri e controllori distratti

A Vittoria gli ultimi blitz nelle campagne dell’ispettorato del lavoro risalgono al 2007. "Tre anni fa la polizia aveva fatto tre blitz nelle campagne che hanno dato importanti risultati - spiega Giovanni Consolino, del Forum per l’immigrazione vittoriese -. Dopo questi interventi, definiti dalla Confindustria come freno alla filiera, non ne sono stati più effettuati. Ora stanno ricominciando perché Rosarno ha messo un po’ di paura". Scarsi controlli dovuti anche al poco personale ispettivo della Direzione provinciale del lavoro in molte province siciliane. Nel nisseno gli ispettori del lavoro sono soltanto due.

“C’è qualcosa che non quadra - dice Pino Cultraro segretario Flai Caltanissetta - il prezzo non è crollato sul prodotto finale. E’ evidente che si sta risparmiando sul costo del lavoro, tanto da fare parlare di lavoro fittizio”. Il perverso meccanismo è storia di altri tempi che ha tre protagonisti. I proprietari delle aziende fanno lavorare in nero i migranti senza versare i contributi che, invece, vengono sistematicamente venduti ai falsi braccianti agricoli per 10-15 euro a contributo. Morale della storia: loro avranno l’indennità previdenziale“.

Ci guadagnano tutti - continua Cultraro - tranne il lavoratore. Perchè l’azienda passa per quella che paga i contributi, il falso bracciante percepisce l’indennità di disoccupazione agricola, il lavoratore, invece continua a lavorare in nero e senza tutele. Il fenomeno visibile, attualmente è del 30 per cento”. Ai controlli dell’Inps però non ci sono differenze perché una volta scoperta l’azienda l’indennità viene bloccata per tutti, anche per i lavoratori veri. Questi ultimi pagano da sé i contributi necessari per percepire l’indennità di disoccupazione agricola.

“Tu vuoi lavorare da me? Dato che posso avere manodopera anche a 20 euro, posso pagarti fino a 30 euro però ti paghi tu i contributi”. In provincia di Caltanissetta, tra carciofeti e grano, il mercato del lavoro si svolge nei bar dei paesi. Non c’è il caporale ma lo stesso titolare della ditta che va a prendere gli stranieri che ogni tre giorni vengono venduti da un’azienda all’altra per evitare denunce e controlli.
Per le donne? Il sistema di selezione è fisico. “Le aziende - conclude il segretario - si contendono le più carine”.

Fonte: http://www.terrelibere.org

martedì 15 giugno 2010

Il Governo ha deciso di continuare a buttare milioni di euro per progettare una mega-opera inutile e devastante.

Centinaia di cittadini hanno partecipato domenica all’iniziativa di informazione e sensibilizzazione indetta dalla Rete No Ponte per contestare l’inizio delle trivellazioni in via Circuito a Faro,nella zona nord di Messina, finalizzate a completare gli studi necessari per il progetto definitivo del Ponte sullo Stretto.

I sondaggi, che si protrarranno per tutta l’estate e che procureranno non poche difficoltà nella viabilità nella zona di Faro-Ganzirri, sono stati giustificati nei giorni scorsi come opere necessarie a ridurre l’impatto che il Ponte sullo Stretto avrebbe sul nostro territorio.

Il movimento No Ponte ha chiarito più volte che non c’è nulla da mitigare, che il Ponte non va realizzato, che i cantieri non debbono avere inizio.

In questa prospettiva sono state ripetutamente elencate le alternative che, invece, andrebbero percorse e per le quali andrebbero investite le risorse pubbliche riservate alla mega-opera. Molto meglio sarebbe pensare alla messa in sicurezza sismica e idrogeologica, al potenziamento del trasporto pubblico nello Stretto, all’ammodernamento della rete stradale e ferroviaria, ad un piano di edilizia scolastica.

Cosa sconvolgerà il Ponte sullo Stretto e come?

Eccovi un breve pro-memoria:

· Nell’area dello stretto sono presenti undici Siti di Importanza Comunitaria (SIC), due Zone a Protezione Speciale (ZPS), un’area di riserva naturale orientata, un territorio fortemente abitato. Tutto lo Stretto di Messina è stato inoltre dichiarata IBA (Important Bird Areas) ed è una delle tre rotte migratorie più importanti d’Europa, insieme al Bosforo e Gibilterra.

· Cantieri, discariche, cave, passaggio di mezzi pesanti, avranno un impatto devastante su di un ampio territorio, densamente popolato, che va (lato Sicilia) da Venetico a Contesse

· E’ stato sottostimato il rischio sismico ed il ruolo delle frane.

· I siti di deposito sul versante messinese dei materiali di scavo sono stati individuati in zona contrada Catanese (Annunziata) per 220.000 metri quadrati (pari a 25 campi da calcio o, se preferite, al lago di Torre Faro); in contrada Marotta (pari a oltre 6 campi di calcio); in contrada Serri (pari a 5 campi di calcio); a Venetico (tre siti per un’area di 390.000 metri quadrati).

Le cave da cui sarà estratta la sabbia per i lavori di costruzione sono state localizzate in contrada Pace, in contrada Magnolia e lungo la Panoramica.

· Una decina di cantieri, per movimento terra, logistici, operativi, individuati a: Contesse (nei pressi del complesso “Il Peloritano”), Gazzi (per la nuova stazione); Curcuraci; a monte di fiumara Guardia in zona “Balena”; Granatari, nell’area del cimitero; tra i due laghi di Ganzirri e Faro e nell’area compresa tra la Ss 113 e la via Circuito (per un’area pari a 270.000 metri quadrati); Terrazzo; Faro superiore nord; Faro superiore sud; Guardia; viale Annunziata; altri cantieri lungo tutto il percorso dei lavori da Torre Faro a Contesse.

· La viabilità ordinaria nel territorio sarà in varie zone limitata per la presenza dei cantieri ed il passaggio dei mezzi pesanti. Quest’ultimi si prevede effettueranno oltre 2000 passaggi al giorno!

· Lo scavo previsto per la costruzione delle torri del Ponte potrebbe portare uno sconvolgimento idrogeologico catastrofico, alterando l’equilibrio dei laghi fino al rischio del prosciugamento del lago di Ganzirri. Occorreranno milioni di metri cubi di cemento per strutture dell`opera ponte, e occorreranno migliaia di mc di acqua dolce. La presenza trasversale del pontile previsto a Ganzirri causerà l’alterazione dei flussi d’acqua attualmente conosciuti. Non vi è alcuno studio reale sugli effetti che avrebbe il Ponte (e i cantieri collegati) sulla pesca, anche dal punto di vista economico. L’apertura dei cantieri, le alterazioni di fondali e correnti, “l’effetto ombra” di torri ed impalcato, modificheranno, con effetti devastanti, la rotta dei cetacei e il passaggio migratorio di migliaia di uccelli.

La lotta continua!
Prossima manifestazione lunedì 21 giugno a partire dalle ore 14.30 in prossimità dei cantieri.

FONTE: http://www.terrelibere.org/terrediconfine/index.php


E per concludere in bellezza, vi propongo un viaggio alla scoperta delle bellezze architettoniche delle opere dell'Incompiuto Siciliano





Queste opere pubbliche mai finite, questi scheletri in calcestruzzo che si alzano minacciosi verso il cielo, che qualcuno ha definiti "Corpi di reato in esposizione permanente", sono stati generosamente finanziati con soldi pubblici, soldi di tutti noi.
Di trecentocinquantasette opere pubbliche mai finite, più del cinquanta per cento - centosessantotto - sono tutte fra Palermo e Siracusa, Agrigento e Catania.
Secondo voi, questi " capolavori di architettura" sono nate per creare lavoro o per distribuire mazzette?

sabato 1 maggio 2010

ANPI e CGIL insieme nel ricordo dei morti per la libertà



Palermo
- Il 1° maggio 1947 si tornava - dopo 21 anni - a celebrare la festa dei lavoratori, dopo che il fascismo l’aveva conculcata al punto da renderla un’appendice del natale di Roma, spostandola al 21 aprile.
Circa duemila lavoratori della zona di Piana degli Albanesi, in prevalenza braccianti e contadini, decisero di riunirsi nella vallata di Portella della Ginestra per manifestare contro il latifondismo, a favore dell’occupazione delle terre incolte ma, anche per festeggiare la vittoria del “Blocco del Popolo” alle recenti elezioni per l’Assemblea Regionale Siciliana, svoltesi il 20 aprile di quell'anno e nelle quali la coalizione PSI - PCI aveva conquistato 29 rappresentanti (con il 29 per cento dei voti) contro i soli 21 della DC (crollata a meno del 20 per cento).

All’improvviso, sulla gente in festa, partirono - dalle colline circostanti - un numero incalcolabile di raffiche di mitra che lasciarono sul terreno, secondo le fonti ufficiali, 11 morti (9 adulti e 2 bambini) e più di 27 feriti, di cui alcuni morirono in seguito per le ferite riportate.


La CGL - allora gli mancava una “I” essendo ancora la Confederazione Generale del Lavoro un’organizzazione unitaria - proclamò lo sciopero generale, accusando i latifondisti siciliani di voler “soffocare nel sangue le organizzazioni dei lavoratori” ma questa tesi non fu sposata dal Governo che, per bocca dell’allora ministro dell’interno, Mario Scelba rispondendo alle interrogazioni in Assemblea Costituente, addossò l’intera responsabilità della strage agli uomini del bandito Salvatore Giuliano, già colonnello dell’Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia (EVIS) che, come veniva indicato chiaramente nel rapporto dei carabinieri sulla strage, “faceva riferimento ad elementi reazionari in combutta con i mafiosi locali”.

La posizione di Girolamo Li Causi
Una tesi che, invece, non convinceva Girolamo Li Causi, deputato siciliano del PCI che, in sede parlamentare, a nome di tutte le forze della sinistra e della stessa CGL, sostenne che il bandito Giuliano era solo l’esecutore materiale del massacro mentre i mandanti fossero gli agrari e i mafiosi, che avevano voluto lanciare un preciso messaggio politico proprio all’indomani della vittoria del “Blocco del Popolo” alle elezioni regionali.

Lo stesso Li Causi, in un articolo dal titolo “La belva scatenata”, apparso su “La voce della Sicilia” il 2 maggio, scriveva che: “Sconfitta sul terreno della democrazia, della civile competizione, la casta dominante della nostra Isola ha minuziosamente, freddamente premeditato il piano di provocazione e di aggressione contro le sane vive forze che hanno voluto con le elezioni del 20 aprile manifestare il loro profondo deciso desiderio di rinnovamento”. Lungi dal rassegnarsi alla sconfitta e di trarre le necessarie conseguenze dalla affermazione delle forze democratiche, il blocco monarchico-liberal-qualunquista è passato alla controffensiva e non potendo più contare sulla intimidazione ha ricorso alla aperta violenza”.

La lettera del bandito Giuliano
Ad avvalorare la tesi del deputato siciliano del PCI, nel ’49, arrivò una lettera autografa - che proprio Giuliano scrisse ai giornali - in cui affermava lo scopo politico della strage. Una tesi - prontamente smentita da Scelba - che il malvivente, però, non riuscì a dimostrare durante il processo di Viterbo (a cui la Cassazione aveva rimesso gli atti per legittima suspicione del tribunale di Palermo) perché, nel frattempo, il 5 luglio del ‘50, fu assassinato nel carcere di Castelvetrano dal suo luogotenente Gaspare Pisciotta, il quale morì, anch’egli avvelenato in carcere, quattro anni più tardi, dopo aver affermato di voler rivelare i nomi dei mandanti della strage”.

La sentenza senza mandanti
Il 3 maggio 1952, con la condanna all’ergastolo di 12 imputati - tutti esecutori materiali - si concluse il processo di primo grado con una sentenza che, a proposito della ricerca della causale, sostiene che Giuliano compiendo la strage e gli attentati successivi ha voluto combattere i comunisti e si richiama la tesi degli avvocati difensori secondo cui la banda Giuliano aveva operato come “un plotone di polizia”, supplendo in tal modo alla “carenza dello Stato che in quel momento si notò in Sicilia”. La sentenza di Viterbo, però, non toccava il problema dei mandanti della strage e dell’offensiva contro il movimento contadino e le forze di sinistra, affermando esplicitamente che la causa doveva essere ricercata altrove. La vicenda giudiziaria si concluse con una sentenza della Cassazione che, dichiarando inammissibile il ricorso del Pubblico MInistero, confermava la sentenza dl 10 agosto ’56 della Corte d’Assise d’appello di Roma con cui venivano confermate alcune condanne di primo grado e assolti altri imputati per insufficienza di prove.

63 anni dopo ANPI e CGIL insieme nel ricordo dei morti per la libertà
Da allora sono passati 63 anni in cui, alla mancata individuazione dei mandanti, ha fatto riscontro l’impegno della CGIL (non più unitaria) per mantenere viva la memoria di quei morti ammazzati per la libertà.

E, proprio nel ricordo di quei morti, quest’anno l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia e la CGIL si ritroveranno insieme, per la prima volta dopo 63 anni, a Portella della Ginestra per celebrare il Primo Maggio. “Per la prima volta nella tradizione delle iniziative commemorative di quella strage - sottolinea il sindacato - la lotta alla mafia si incontrerà con l’antifascismo e la Resistenza”.

Nell’appello dal titolo “Il dovere della memoria, il futuro dei diritti” con cui la CGIL di Palermo e l’ANPI hanno spiegato il senso della manifestazione si legge “Portella della Ginestra ha ancora oggi il volto e il sangue di una generazione disperata, privata di diritti, lavoro e democrazia. Ha il profilo inquietante di un emblematico buco nero della giustizia, della responsabilità collettiva, istituzionale. Politica. La prima strage nell’era repubblicana”.

L’appello, quindi, ritornando ai momenti e alle motivazioni di quella strage, afferma: “Tra i monti di Portella si intrecciano storie diverse: da un lato ambienti deviati dello Stato che si coniugano agli interessi degli agrari, della mafia e del banditismo in un unico progetto reazionario e criminale. Dall’altro - prosegue il testo - i lavoratori della terra, in festa per il 1° maggio, con il cuore pieno di ansia di progresso e la voglia di cambiare il loro mondo. Il fuoco assassino spegne la vita di 12 di loro e tenta di cancellarne le speranze”. Portella della Ginestra ha passato, e reclama futuro”.

Per un’Italia migliore
“Ecco perché - conclude l’appello sottoscritto, tra gli altri da: Bice Biagi, Giorgio Bocca, Andrea Camilleri, Pierluigi Bersani, Nichi Vendola, don Luigi Ciotti - questo Primo Maggio, 63 anni dopo, per la prima volta, la lotta alla mafia s’incontrerà con l’antifascismo e la Resistenza.
Il segno, il simbolo di un impegno comune: la memoria diffusa del sacrificio più alto, la libertà, il lavoro, la dignità. E il loro domani. Per un’Italia migliore. Delle radici: Resistenza, Costituzione, Democrazia”.
(di Alessandro Bongarzone ).






Se avete ancora un'attimo di pazienza, vi voglio far leggere questo racconto, scritto da Andrea Camilleri, che ho trovato pubblicato sul sito dell'A.N.P.I. : Primo maggio. Portella e l’offesa di Scelba



A chi mi chiede, perché il primo maggio è la festa dei lavoratori ?
Io rispondo: LEGGI !

venerdì 12 marzo 2010

A Catania i reati sono perseguiti su base etnica


Arrivano di corsa, urlando. Inseguono i senegalesi con le auto di servizio. Li scaraventano a forza nelle volanti. Chi ha i documenti in regola finisce ugualmente in Questura. Sono tante le segnalazioni di sequestri di merce senza verbale e multe fino a mille euro. Giocano a fare gli sceriffi, simulano una piccola guerra. Una camionetta della Polizia in pianta stabile all’imbocco di Corso. Retate quotidiane nelle ore di maggiore affollamento. Presidi in tenuta antisommossa. Inseguimenti e scontri fisici in pieno centro. Dallo scorso dicembre, a Catania i reati si perseguono su base rigorosamente etnica. La logica del “pacchetto sicurezza” è spesso ridicola, ma in alcuni contesti ancora di più. Per esempio, nelle città del Sud dove funzionari, politici e bottegai si illudono di essere in Padania e provano a fare i leghisti.

Gli effetti sono semplicemente grotteschi. A pochi metri di distanza gli italiani vendono di tutto, senza che nessuno indaghi su documenti in regola e provenienza. La merce contraffatta è frutto di circuiti mafiosi, ma è più comodo prendersela con l’ultimo anello della catena.

In tutta la città si organizzano le corse clandestine dei cavalli, con tutto l’indotto di scommesse, macellazione clandestina, stalle abusive e logistica. Le indagini non sono complicatissime. Basta digitare su Youtube “corse cavalli Catania” e compaiono centinaia di video, come evidenziato dalla sezione palermitana di Repubblica.it. A “Tempesta”, un purosangue imbattibile, hanno dedicato una canzone neomelodica. “A strada è ‘a stessa ‘i tante vote, quanti guaglioni ti currono appresso ‘cu i motorini ‘ppe te guardà…”. Infatti sono centinaia le persone che si affollano lungo le strade chiuse all’alba. I campioni sono “Ronaldinho”, “Valentino” e “Pocket Coffee”. Animali allevati nei quartieri di periferia, una vera mania di massa. E’ noto che la carne di cavallo che si trova sui banconi della città è di provenienza dubbia, che ci sono tante macellerie clandestine, che i cavalli usati per le corse sono gonfiati di estrogeni. Non è difficile ipotizzare gravissimi rischi per la salute pubblica, ma nessuno sembra preoccuparsi più di tanto. Meglio perseguitare i senegalesi, fingere che i portici di corso Sicilia siano quelli di una tranquilla città settentrionale: grassa, pacifica e razzista.

La city

Lo scorso 17 gennaio, uno dei tanti blitz della polizia. Una irruzione violenta, la fuga, i tafferugli. I senegalesi denunciavano di essere stati presi a colpi di manganello in testa. I poliziotti del sindacato autonomo Adp, invece, hanno parlato di sprangate ricevute, ma sono stati smentiti dal responsabile delle volanti. Il console onorario del Senegal a Catania chiedeva un incontro con le istituzioni. “La Sicilia” – il quotidiano locale - gioca a fare il foglio del Nord.

Corso Sicilia sarebbe la “City”, il quartiere degli affari violato dalla “povera merce” degli africani “violenti e abusivi”. In realtà, sono solo cinquecento metri di cubi di cemento, l’inizio di un sacco edilizio – per fortuna fermato - che stava per distruggere il centro storico barocco. A distanza di anni, l’Unesco riconoscerà il duomo di S.Agata come patrimonio dell’Umanità. Spariranno le banche e le imprese dei “cavalieri” legati a doppio filo con la mafia che anche lì avevano le loro sedi. La movida sostituirà il coprifuoco segnato dagli scippi e dalle rapine. Eppure c’è ancora chi rimpiange gli anni ’80: gli africani “deturpano il decoro della City”, secondo il cronista de “la Sicilia”. Rovinano il simbolo di quella che “era chiamata a ragione la Milano del Sud”. “Mi dispiace ma per me le regole vanno rispettate”, dice un cittadino interpellato da un cronista. “Alla fine hanno capito che bisogna cambiare aria”. Ed ancora: “E’ stata dura per gli africani digerire le regole”. “Abbiamo agito in corso Sicilia cercando di portare ordine e decoro”, conclude il sindaco Stancanelli.

Ai margini

Tutte le contraddizioni di Catania in pochi metri quadri: negozi di lusso, librerie, locali e aspirazioni nordeuropee. Banche e sedi di imprese. Più in là il cantiere della metropolitana. Ma anche la vitalità sregolata da suq della “fera o luni” - la fiera del lunedì, che però si tiene quotidianamente - dove un qualunque abitante del Sud del mondo può sentirsi a casa propria. Fast food cingalese, cinesi col carretto, due negozi di articoli alimentari importati da tre continenti, merci contraffatte e rubate, una folla pulsante, traffico caotico e venditori che banniano, cioè urlano per pubblicizzare la propria mercanzia.

“Da settimane la tolleranza zero si esercita solo contro giovani ambulanti che, privati dalle loro fonti di sostentamento e non trovando canali legali di regolarizzazione per lavoro autonomo o dipendente, vengono così spinti nell’accogliente industria della criminalità”, denuncia la “Rete antirazzista catanese” in un comunicato del 4 febbraio. Non ci vuole molto a capire che la marginalizzazione degli stranieri – alla fine - produrrà insicurezza per tutti. Poche settimane prima, il 22 dicembre, le associazioni antirazziste erano scese in piazza insieme agli africani. “Le forze di polizia non si occupano della violenza sfacciata e brutale praticata dalle bande criminali che imperversano nella nostra città”, recitava il volantino. “In corso Sicilia si trova anche merce contraffatta di alto livello, con un giro d’affari notevole”, ammette la giornalista Rosa Maria Di Natale. “Ma in una città normale le regole si stabilirebbero a tutti i livelli, invece a pochi metri di distanza gli italiani fanno la stessa cosa. In questo modo appare più comodo colpire ‘abusivi extracomunitari’ che concittadini”.

Aspettando

“Aspetto la sanatoria per la regolarizzazione”, mi dice Mohamed, un ragazzo senegalese che incontro alla sede dell’Arci, proprio in piazza Carlo Alberto, pochi metri da corso Sicilia. “Abbiamo avuto un incontro tra il vicequestore e il responsabile della nostra comunità, gli hanno chiesto di farci spostare. La delegazione è andata anche in Prefettura e al Comune, ci hanno promesso una tregua. Invece hanno continuato. Hanno parlato di un’area per noi. Se regolari”. Ma come si fa ad uscire dalla “clandestinità”? In nessun modo, non è possibile. Si può solo attendere una provvedimento di regolarizzazione.

“Qualche sabato fa alcuni poliziotti hanno colpito duramente alcuni migranti che non volevano lasciare le loro bancarelle”, racconta Daniela Di Mauro del movimento antirazzista catanese. “Tutto questo in pieno centro e sotto gli occhi di tutti. Due stranieri che hanno fatto resistenza sono stata portati via, gli altri sono riusciti a disperdersi. Il lunedì successivo un numero elevato di poliziotti in tenuta antisommossa si è schierato in piazza Stesicoro - adiacente al corso Sicilia - per impedire ai migranti di montare le bancarelle”.

“Hanno iniziato i controlli nel periodo di Natale, lo scorso anno”, ricorda Daniela Pagano dell’Arci. “Qui all’Arci abbiamo un numero di telefono per i migranti, possono chiamare in caso di abusi, ad esempio merce sequestrata senza verbale. Abbiamo ricevuto numerose segnalazioni. Tra le chiamate ricevute, un asiatico ci ha raccontato di due poliziotti che lo hanno inseguito lungo via Etnea, preso e scaraventato in macchina. Un nostro legale è intervenuto. Ovviamente noi denunciamo che si fanno due pesi e due misure.

Non dimentichiamo che siamo la città dell’illegalità”.

( Antonello Mangano)

Fonte:www.terrelibere.org

domenica 14 febbraio 2010

Padre Carlo prete, scomodo, di frontiera e un giorno senza immigrati

Il nove febbraio, nove persone sono state arrestate dalla Polizia di Siracusa, su disposizione del Gip del Tribunale di Catania, con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’illecita permanenza di stranieri nel territorio dello stato italiano, falso ideologico in atto pubblico e false dichiarazioni a Pubblico Ufficiale.
Le indagini, coordinate inizialmente dalla Procura della Repubblica di Siracusa e successivamente dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catania, ruotano attorno a una presunta organizzazione criminale che aveva la sua base logistica nella chiesa di Bosco Minniti a Siracusa.
Agli arresti domiciliari padre Carlo D’Antoni, parroco della Chiesa di Bosco Minniti, nei suoi confronti il Gip ipotizza il reato di associazione per delinquere.
L'11 febraio padre Carlo ha respinto ogni accusa, fornendo la sua versione dei fatti. Avrebbe chiarito di non aver mai voluto procurare documenti falsi e che il
suo intento aveva esclusivamente fini solidali.

Padre Carlo infatti è un sacerdote impegnato da tempo in prima linea nel sostegno ai disagiati e soprattutto agli immigrati.
Ha trasformato la chiesa di Bosco Minniti in un centro di accoglienza interculturale ed interreligioso con l'approvazione di tanti parrocchiani che lo hanno supportato condividendo le finalità.
Dopo i primi giorni di sbandamento, i volontari e le associazioni che ruotano attorno alla parrocchia, si sono riorganizzati e stanno proseguendo le attività in corso confermando gli impegni in programma.
La manifestazione nazionale degli stranieri che padre Carlo stava curando per la città di Siracusa, in qualità di responsabile locale del movimento " primo marzo 2010", si farà.

“Non sarà facile organizzare l’evento senza il supporto di padre Carlo. Il nostro non sarà uno sciopero etnico, come qualcuno lo ha definito, ma una riconferma dell’interculturalità sempre più presente nel nostro paese. Il nostro è un movimento meticcio – ha proseguito – che riunisce al suo interno italiani e stranieri e chiunque condivida il rifiuto del razzismo e delle discriminazioni verso i deboli”. Gli organizzatori lo hanno definito uno sciopero giallo durante il quale si proverà ad evidenziare l’importanza del lavoro svolto dagli immigrati per il sostegno dell’economia del paese. Cosa succederebbe se i quattro milioni e mezzo di immigrati che vivono in Italia, recita un volantino di propaganda della manifestazione, decidessero di incrociare le braccia per un giorno? Un fiocco giallo per aderire simbolicamente all'evento, gemellato con il francese "Journée sans immigrés: 24h sans nou”, che per una giornata richiamerà l’attenzione di tutti gli italiani sul tema stranieri e sulle barriere e i limiti che ancora resistono. Nella nostra città è previsto un corteo che si muoverà dal campo scuola “Pippo Di Natale” fino a raggiungere l’isola di Ortigia. Cassibile sarà probabilmente sede di un evento distaccato.

( Stefania Ragusa, presidente nazionale del movimento " primo marzo 2010" http://www.giornaledisiracusa.it)


Come sicuramente molti tra i visitatori di questo blog sapranno, martedì scorso è stato arrestato il nostro referente di Siracusa, padre Carlo D'Antoni, un uomo coraggioso e generoso, da molti anni schierato a fianco dei più deboli e impegnato nell'accoglienza dei migranti, e che non ha esitato a denunciare la situazione di degrado e sfruttamento (ancora più grave probabilmente di quella di Rosarno) che si è venuta a creare nelle campagne intorno a Cassibile (una frazione di Siracusa).
Le accuse formulate nei suoi confronti hanno lasciato increduli non solo noi di Primo Marzo 2010 ma tutto il mondo associativo, la Chiesa e le persone che hanno avuto la fortuna, in questi anni, di entrare in contatto con padre Carlo e conoscere il suo lavoro nella parrocchia di Bosco Minniti. Scrivo questo post poche ore dopo essere stata lì, in visita, e sono ancora emozionata e commossa. Ho partecipato a una riunione (già programmata) con il gruppo di Siracusa e con quello di Catania e ho visto con i miei occhi la famosa chiesa in cui l'altare è stato spostato per dare un posto e un ricovero a chi non ha un tetto sotto cui ripararsi. Ho visto con i miei occhi i ragazzi di padre Carlo (molti arrivano da Rosarno) e anche la processione di persone attonite venute a dare una mano dopo aver saputo dell'arresto. Persone di ogni tipo, in molti casi volontari o fedeli che da tempo non si erano più visti a Bosco Minniti ma che, dopo una notizia così sconvolgente, sono corsi a dare la loro testimonianza, e lo hanno fatto nel modo più congruo rispetto al carattere di Carlo e dei suoi collaboratori: attraverso le opere.
In questo momento il gruppo di Siracusa, che stava programmando molte e belle iniziative per il Primo marzo, coinvolgendo anche tantissimi immigrati, si trova in grosse difficoltà. Non solo perché è momentaneamente "assente" la principale guida spirituale e organizzativa, ma anche perché i materiali prodotti, le risorse finanziarie e molte altre cose sono al momento inaccessibili. Per questo invito tutti gli altri gruppi a solidarizzare e a dare una mano, nella misura che riterranno praticabile. Cliccando qui e qui troverete due articoli che permetteranno di inquadrare meglio la figura di padre Carlo.
La giustizia deve sicuramente fare il suo corso, ma da parte nostra esiste la convinzione dell'assoluta innocenza di padre Carlo. Se una colpa è stata commessa a Bosco Minniti è stata quella di praticare in modo radicale il principio cristiano dell'accoglienza.,Nello specifico, di dare un domicilio a chi non lo aveva e en aveva bisogno per avviare l'iter legale di regolarizzazione. Sappiamo bene che,oggi, anche per effetto della perversa saldatura che si è prodotta tra razzismo istituzionale e razzismo popolare, questa pratica nel nostro Paese può diventare un reato, nonostante da più parti si invochi la difesa delle radici cristiane. E' un paradosso che, in un Paese che si professa cristiano, praticare il cristianesimo possa diventare un reato. Il problema però evidentemente è a monte. Se una legge, da un lato, produce clandestinità (e c'è un'ampia letteratura che dimostra che questo ha fatto, sino ad ora, la Bossi-Fini, e che le cose stanno andando ancora peggio da quando è in vigore il famigerato pacchetto sicurezza) e, dall'altro, trasforma la solidarietà in illegalità, evidentemente, è da ripensare.


(Stefania Ragusa presidente di "primo marzo 2010" http://www.primomarzo2010.it )




IN NOME DELLA LEGGE: DIFENDI GLI IMMIGRATI? ARRESTATO!

E' il caso di Padre Carlo, di Siracusa: da anni “tenuto d'occhio” perché prendeva le parti dei “clandestini”: finché l'hanno arrestato. Nessuno di quanti lo conoscono crede alle accuse contro di lui. Una sola - che non hanno osato esprimere - è vera: quella di essere un cristiano. Aiutare i poveri, ospitare gli stranieri, difendere i perseguitati
Non è una chiesa come le altre. Nella Chiesa di Bosco Minniti a Siracusa, da molti anni, tutti possono trovare rifugio; gli extracomunitari, scappati per mille ragioni diverse dai loro paesi, ci abitano, la vivono, la animano condividendo le difficoltà quotidiane. Entrateci all’ora dei pasti: è la mensa di tutti i popoli. Al posto dell’altare una tavolata immensa dove almeno cento immigrati di ogni nazionalità si trovano riuniti a mangiare. Alle pareti, simboli di diverse religioni. Qui sono stati accolti anche molti di immigrati scappati da Rosarno e presto ci saranno, come ogni anno, quelli che arrivano per la raccolta stagionale nei campi tra Cassibile e Pachino.
Tutto questo dà fastidio ai potenti. In un momento in cui si tenta in tutti i modi di rendere la vita sempre più impossibile agli immigrati, si compie l’ennesimo attacco politico, l’ennesimo tentativo di stroncare l'accoglienza e l'integrazione.
Padre Carlo D’Antoni è ora agli arresti domiciliari insieme ad altri otto indagati (Antonino De Carlo, un collaboratore del sacerdote, l’avvocato Aldo Valtimora e sei immigrati), accusati di gestire il rilascio di permessi di soggiorno falsi. Il reato ipotizzato dal Gip di Catania è associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell'illecita permanenza di stranieri nel territorio dello stato italiano. E poi accuse di riduzione in schiavitù e di falso ideologico in atto pubblico e false dichiarazioni a Pubblico Ufficiale per aver “inventato storie travagliate e commoventi” al fine di ottenere titoli di soggiorno per motivi umanitari o di protezione temporanea. Inventato!.
Ma se è vero che molti extracomunitari finiscono nelle maglie del mercato illegale delle regolarizzazioni e se è vero che un traffico di clandestini tra Siracusa e la Campania esiste, gli immigrati di Bosco Minniti dicono che l’attacco a padre Carlo è infondato, che lui non ha nulla a che vedere col racket dei documenti, che non ha mai commesso quei reati. Dicono che l’esperienza di Bosco Minniti deve continuare, in una chiesa senza frontiere, aperta a tutti, un luogo in cui si lotta per il diritto a una vita dignitosa.


Sonia Giardina

* * *

Padre Carlo Dantoni è stato fra i primi a seguire il processo per il naufragio del Natale ’96 al largo di Portopalo e l'inchiesta di Dino Frisullo sulla holding degli schiavisti. Dopo 13 anni si è arrivati alla condanna a 30 anni dei 2 imputati, anche se in seguito alle leggi razziali e ai respingimenti in Libia le mafie mediterranee continuano sempre più ad ingrassarsi .
Come allora esigiamo verità e giustizia nel colpire i carnefici dei migranti , ma ci opponiamo a qualsiasi campagna di criminalizzazione di chi si spenda nell’accoglienza, anche disobbedendo a leggi ingiuste . Un motivo di più perché la giornata di mobilitazione antirazzista del 1° marzo a Siracusa e in Sicilia veda scendere in piazza i migranti e chiunque si batta contro le nuove politiche d’apartheid.


Rete Antirazzista Catanese

* * *

ALLE LEGGI RAZZIALI BISOGNA DISUBBIDIRE

I “reati” di padre Carlo, se anche fossero veri, non sarebbero affatto reati nuovi: c'erano già prima. “Aiuto a schiavi evasi”, come nell'Alabama dello Zio Tom. “Aiuto a ebrei fuggitivi”, come nell'Italia del duce.
Non sono affato reati, in verità. Sono doveri per chi è cristiano - sono obbligo per chi è civile - sono vergogna incancellabile per chi ne ha fatto “legge” e angheria.
Alle leggi ingiuste bisogna disobbedire. Bisogna far fuggire gli schiavi, nascondere gli ebrei, aiutare i “clandestini”. Per noi cittadini italiani (non padani, non mafiosi: italiani) è un dovere precisissimo che ci ordina la nostra sovrana, la Costituzione. E' infedele quel funzionario che, nascondendosi dietro “leggi” antiitaliane, tradisce la Repubblica e viola il giuramento alla Costituzione. “Io eseguivo gli ordini” non è, e non è mai stata, una giustificazione.
La Fiat ora proclama apertamente: “Al diavolo voi siciliani! Io vi licenzio tutti quanti e porto le mie fabbriche in Cina”. Ai vecchi operai settentrionali: “E' vero, mi avete servito per quarant'anni - dice - Mi avete permesso di nascondere miliardi e miliardi all'estero e di governare di fatto il vostro paese. Che importa! Al diavolo anche voi tutti. Le prossime Cinquecento le farò in Messico o in Brasile”.
E il popolo, instupidito, tace. Fino a quando?


Riccardo Orioles (http://www.ucuntu.org/)





Lo scrittore Giuseppe Culicchia ha provato a immaginare un giorno senza immigrati e gli effetti sulla vita quotidiana.

Ieri mattina, saranno state le sette, ho deciso di comprarmi un fucile per sparare ai negri. Ma prima avevo voglia di una spremuta d'arancia. Suina o no, la vitamina C non e' mai troppa. Solo che in cucina le arance erano finite. «Peru!», ho chiamato. Zero. Ho cercato la domestica peruviana dappertutto, anche nel sottoscala dove la teniamo. Niente. Mi sono chiesto: che Paola le abbia dato un altro giorno di liberta', dopo quello dello scorso anno? Ma mia moglie dormiva. Non volevo disturbarla. Allora ho deciso di far colazione al caffe'. Tanto, mi sono detto, devo andare a comprarmi il fucile. E poi il mercato e' dietro l'angolo, prendo pure le arance. Cosi' sono sceso. Al caffe' pero' mi han detto che le arance erano finite. Vabbe', ho risposto, grazie. Fuori del locale non c'era la solita zingara. A forza di elemosine dovra' ancora tornare dalla settimana bianca, ho pensato. Tutti ricchi sfondati, 'sti zingari. Ma ora che mi compro il fucile, mi sono detto, forse posso sparare anche a loro. O si puo' sparare solo ai negri? Devo informarmi. Quando sono sbucato nella piazza del mercato, ho puntato dritto verso il banco dove si serve mia moglie. Poi pero' mi sono bloccato. Strano. Il banco non c'era. E neppure il mercato. Tranne per alcune donne che vi si aggiravano perplesse, la piazza era vuota, come fosse domenica. Eppure era martedi'. Ho raggiunto l'edicolante. Scusi, ho buttato li', ma il mercato? Lui si e' stretto nelle spalle: che cosa vuole, in questo paese non funziona piu' niente, pensi che sto ancora aspettando i giornali. Ho guardato meglio l'edicola. In effetti mancavano i quotidiani. Se li stara' leggendo il corriere, ho provato a scherzare. E lui: no, il corriere che me li porta e' rumeno, preferisce quelli romeni. Intanto non mi ero ancora tolto la voglia di spremuta. L'unico bar nei paraggi era quello dove non entro mai perche' pullula di marocchini, gli stessi che montano i banchi del mercato. Tra l'altro, ho pensato, chissa' se si puo' sparargli anche se non sono negri. Devo informarmi. Sia come sia, per una volta il bar era deserto. Sono entrato. Il barista si girava i pollici. Gli ho chiesto una spremuta d'arance. E lui: le arance sono finite. A quel punto, mi sono rassegnato. Stavo per andare dritto in armeria, quando mi e' partito il cellulare. Mia moglie. E la peru?, mi ha chiesto. Volevo domandarlo a te, ho risposto; le hai mica dato un altro giorno di liberta'? Macche', ha esclamato lei: ora guardo che non manchi niente in casa. Mancano le arance, volevo dirle, ma lei ha chiuso. Non ho fatto in tempo a riporre il cellulare che quello e' ripartito. Mia madre. Ho sospirato. Rispondo o fingo di non aver sentito? Massi'. Olga non si trova piu', mi ha ruggito lei nell'orecchio. Ho esitato. Olga? Vuoi dire...la tua nuova badante russa? E lei: chi, se no? Mamma, le ho ricordato, negli ultimi sei mesi ne hai cambiate dodici. Oggi, ha tagliato corto lei, doveva portarmi al ristorante. Trovamene subito un'altra, o mi ci porti tu, cosi' ti ricordi che esisto: e prenota un tavolo, io ora guardo che non mi manchi niente in casa. Ha chiuso anche lei. Per evitare rogne, ho subito chiamato il suo ristorante preferito. Mi spiace, signore, mi ha risposto il direttore di sala, ma oggi siamo chiusi. E' cambiato il turno di riposo settimanale?, ho indagato. No, e' che cuochi e sguatteri africani se ne sono andati. E dove?, ho chiesto. Andati, spariti, puff, si e' congedato lui. Mentre riflettevo sul da farsi, mi e' venuta fame. Per fortuna, li' accanto c'era una rivendita di pane. Ci sono entrato. Oggi niente pane, mi ha preceduto la proprietaria. Ma come, l'ha gia' finito?, le ho chiesto. Non me l'hanno consegnato, e' sbottata lei, stanotte i panificatori arabi non si sono presentati. Ho girato i tacchi. Alla fine, ho raggiunto l'armeria. Ma il proprietario, anziche' aprirla, la stava chiudendo. Quando mi ha visto un po' interdetto, mi ha chiesto: desidera? Un fucile per sparare ai negri, ho risposto. Lui mi ha indicato le vetrine vuote. Capisco, ho sorriso, quando arrivano quelli nuovi? Lui ha scosso il capo. Vede, mi ha spiegato, il fatto e' che stanotte i negri se ne sono andati tutti, e di conseguenza le fabbriche di fucili han chiuso; senza contare che mancando i negri sparare ai negri diventa un'utopia. Be', ho borbottato, senza negri diventa un'utopia anche bersi una spremuta. Pero', ho aggiunto, devo informarmi: forse si puo' sparare a zingari, romeni, marocchini. Non l'ha saputo?, mi ha risposto lui, sono spariti anche loro. Peccato, ho detto io. Peccato, ha detto lui. Bei tempi, quelli in cui si poteva sparare ai negri, ho sospirato io. Bei tempi, ha sospirato lui. Ma, gli ho chiesto io, torneranno? Lui ha allargato le braccia: e chi lo sa? Spariamo! Cioe', speriamo! Con un certo rammarico, mi sono avviato verso casa. E allora ho avuto un bruttissimo presentimento. Col cellulare ho chiamato Pantera, il mio trans preferito. Ma il numero risultava inesistente. Oh, no, ho mormorato. Allora ho provato a chiamare Ali', il mio pusher di fiducia. Ma non era raggiungibile. Solo in quell'istante ho capito il senso di una frase letta su un muro alcuni anni fa:
IMMIGRATI, VI PREGO, NON LASCIATEMI SOLO CON GLI ITALIANI.
( lastampa.it)

lunedì 8 febbraio 2010

Debutta in Sicilia il primo ecopunto

Lo scorso 30 gennaio a Niscemi (in provincia di Caltanisetta) è stato inaugurato First, un negozio di alimentari molto singolare quanto utile.

Perchè singolare?

Perchè da First è possibile pagare la spesa anche in rifiuti.

Si, avete capito bene !

Nella bottega inaugurata dalla coperativa siciliana Liberambiente , i cittadini possono vendere o barattare con beni di consumo di prima necessità, i rifiuti domestici provenienti dalla raccolta differenziata.

Il metodo per la conversione dei rifiuti è fissato con una raccolta a punti .
  • Cento grammi di carta o cartone o ferro valgono 1 punto,
  • cento grammi di plastica valgono 3 punti,
  • cento grammi di alluminio 5 punti.
Ogni 70 punti, si possono ricevere mezzo chilo di pasta,ceci,lenticchie,riso... o 25 centesimi.


ecopunto ( il primo d'Italia ) compra al dettaglio dal cittadino e rivende il materiale al Conai, il consorzio nazionale dei produttori e utilizzatori di imballaggi che porterà avanti la filiera del riciclo.

L'obiettivo dichiarato dalla Cooperativa è quello di aprire un ecopunto in ogni provincia della Sicilia


Un esempio di business verde tutto da replicare




"Un centro come l´ecopunto, rappresenta a nostro avviso una forma di controllo democratico della gestione dei rifiuti. In pratica, se il rifiuto viene inteso come un valore da scambiare con generi di prima necessità o con denaro - continuano - è più facile fare responsabilizzare i cittadini. E magari, far comprendere che attraverso il riciclo è possibile ottenere un risparmio energetico che va a beneficio di tutta la comunità e una riduzione dell´inquinamento".
( Mario Meli e Salvatore Vasques, membri di Liberambiente )


giovedì 4 febbraio 2010

Catania : due episodi inquietanti

Issaka Troore, un ragazzo di 26 anni, della Costa D’Avorio, è morto mercoledi 27 gennaio alle 15,30 presso il reparto di rianimazione dell’Ospedale Vittorio Emanuele di Catania.

Il ragazzo era stato ricoverato il giorno prima alle 11,03. Si era recato al pronto soccorso dell’ospedale, accusando dolori addominali, accompagnato da un amico, Chiaka Diarra.

Proprio quest'ultimo ha raccontato che Issaka, una volta giunto al pronto soccorso, dopo una lunga attesa, è stato sottoposto a una visita e che intorno alle 15,00 gli è stata somministrata una flebo.

Chiaca è rimasto con l'amico fino alle 17,00, quando erano già state somministrate altre 4 flebo. A quel punto i dottori suggeriscono il ricovero e Chiaka ritorna a casa, rassicurato da Issaka che si dice convinto di poter tornare a casa non appena i medici avranno finito di curarlo.


Nel frattempo, secondo quanto riferisce Chiaka, sulla base delle telefonate fatte durante la giornata all’amico, sono state somministrate altre flebo, e una trasfusione di sangue. Sempre da quel che riferisce Chiaka, Issaka parla tranquillamente al telefono e ripete che presto tornerà a casa.

Intorno alla mezzanotte, Chiaka richiama l’amico, ma Issaka non risponde più al telefonino, che risulta spento. Il giorno dopo, ritorna, con altri amici in ospedale, dove gli viene comunicato che le condizioni di Issaka sono gravissime, ma non gli viene ancora comunicata la morte dell’amico, che è avvenuta alle 15,30 di mercoledi. Sarà l’avvocato di Issaka a venire informato in serata dell’avvenuto decesso.

Gli amici di Issaka ritornano in ospedale il giorno successivo, siamo a giovedi, a questo punto vengono informati della morte del ragazzo, ma non vengono comunicate le cause del decesso. L’ospedale non può dare questo tipo di informazioni a persone diverse dai parenti, che comunque, secondo quanto dichiarato dalla direzione sanitaria, dovrebbero essere muniti di una specifica autorizzazione da parte di un giudice.

A questo punto Chiaka, insieme ad altri amici di Issaka, pensano di rivolgersi alla Caritas di Catania, alla quale altre volte hanno fatto riferimento per ottenere accoglienza per la notte o per la ricerca di un lavoro; lo stesso Issaka risulta essere stato assistito dalla Caritas di Catania da giugno di quest’anno, il ragazzo è stato accolto presso il dormitorio ed è stato aiutato a trovare un lavoro provvisorio. Il ragazzo aveva chiesto lo stato di rifugiato politico.

Raccolta la testimonianza di Chiaka e di altri due amici di Issaka, la Caritas di Catania si mette in contatto con l’Ospedale per cercare di capire cosa sia accaduto nelle ore trascorse tra il ricovero e la morte di Issaka.

Dalla rianimazione dell’Ospedale apprendiamo che Issaka è giunto in reparto in condizioni disperate, con l’addome gonfio e una grave emorragia in atto, quasi del tutto privo di sangue, il medico che ci risponde al telefono ci dice che non c’è stato il tempo di effettuare un intervento. Issaka è rimasto in rianimazione circa un’ora e mezza, dalle 14 alle 15,30, prima di andare in arresto cardiaco e morire.

Dalla direzione sanitaria ci informano che la causa della morte sarebbe una “Coagulopatia intravascolare disseminata”, una disfunzione della capacità di coagulare del sangue, ma non sanno il motivo per il quale si sia determinato tale evento. Inoltre non è possibile per la direzione darci ulteriori informazioni a causa della legge sulla privacy, occorre un’autorizzazione del giudice; anche per poter disporre un’autopsia occorre un’autorizzazione del giudice, i medici possono disporla solo se “avessero dei dubbi sulla terapia impostata”. Evidentemente, a parere dei medici del Vittorio Emanuele, in questo caso dubbi non ce ne sono.

Ci sembra utile precisare che Issaka si era già recato precedentemente al pronto soccorso dello stesso ospedale, con gli stessi sintomi, ma era stato dimesso senza ricovero.

A questo punto la Caritas si chiede cosa possa essere accaduto a Issaka, arrivato al pronto soccorso accusando dolori addominali, ma con le sue gambe, e che, dopo diverse ore dal ricovero, arriva in rianimazione in condizioni disperate.

Senza voler necessariamente gridare all’ennesimo caso di malasanità sarebbe utile ottenere chiarezza dai medici che hanno prestato le cure al ragazzo.

Sentito dalla stessa Caritas il dr. Giovanni Castorina, che ha seguito Issaka dal momento in cui è stato ricoverato, è stato confermato che Issaka si era già recato in precedenza al pronto soccorso del Vittorio Emanuele, accusando gli stessi sintomi, ma era stato dimesso con la diagnosi di “colica addominale”.

Il ragazzo, secondo quanto dichiarato dal medico, soffriva di ulcera duodenale, il 26 gennaio è arrivato in ospedale con dolori addominali ed è stato sottoposto alla profilassi prevista in questi casi: visita, osservazione breve e flebo.

“Sono stati effettuati gli esami di laboratorio del caso, dopo di che, il paziente improvvisamente si è aggravato, manifestando sintomi acuti di una forte anemia, in un’ora ha perso circa un litro e mezzo di sangue, è stato sottoposto a una gastroscopia e a una tac, e trasferito in rianimazione”- riferisce Castorina.

A quel punto si era già innescata una reazione chiamata CID (coagulazione intravasale disseminata) che in poco più di un’ora lo ha ucciso. ( www.siciliatoday.net)

Il direttore della Caritas di Catania, P. Valerio Di Trapani ha dichiarato che la Caritas Diocesana di Catania ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica, interessando l’autorità giudiziaria, per ottenere la documentazione clinica di Issaka Troore e chiedere che venga disposta un’autopsia sul cadavere del ragazzo per chiarire se le cure somministrate dai medici dell’ospedale siano state tempestive o meno.Issaka era stato assistito dalla Caritas di Catania da giugno di quest’anno, il ragazzo è stato accolto presso il dormitorio ed è stato aiutato a trovare un lavoro provvisorio. Il ragazzo aveva chiesto lo stato di rifugiato politico.

La web tv TeleStrada (visibile all’indirizzo www.telestrada.it) ha registrato le testimonianze di Chaka, amico di Issaka, che lo ha accompagnato in pronto soccorso il giorno prima della morte e del dr Castorina, uno dei medici dell’Ospedale Vittorio Emanuele di Catania, che ha seguito il ricovero del ragazzo, queste interviste sono state accompagnate all’esposto presentato in Procura come prove documentali.



Malasanità o razzismo?

"E' partita la campagna per la schedatura degli studenti stranieri nel nostro Paese?".

E' il quesito posto in un'interrogazione urgente da 14 deputati del Pd, prima firmataria Colomba Mongiello, e indirizzata ai ministri dell'Interno e dell'Istruzione a proposito di quanto accaduto a Catania nel novembre scorso

Si denuncia che l'ufficio scolastico di Catania, il 23 novembre scorso avrebbe inviato alle scuole della Provincia una circolare in cui si chiedeva la compilazione, entro il 14 dicembre 2009, di schede di rilevazione dei dati relativi a tutti gli studenti stranieri, con la seguente motivazione: attuare interventi 'a favore degli alunni immigrati che in atto frequentano le istituzioni scolastiche di questa provincia'.

"A questo comportamento
già di per sè anomalo - aggiungono i senatori del Pd - si è aggiunta la richiesta dei dati di tutti gli studenti stranieri, anche frequentatori abituali delle istituzioni scolastiche, che conterrebbe tutta una serie di dati sensibili quali: nomi, cognomi, data e luogo di nascita, eventuali spostamenti nel corso dell'anno per tornare al paese d'origine".

'E' evidente - sostengono i senatori del Pd - che la richiesta di dati sensibili nel caso di studenti stranieri ha come conseguenza una schedatura di eventuali immigrati irregolari e che scuole e ospedali non hanno l'obbligo di denunciare secondo la legge vigente. E' necessario che sia il ministro Maroni che Gelmini facciano chiarezza su un episodio per molti versi inquietante".
(www.stranieriinitalia.it)