Ascoltate Josè Saramago intervistato da Serena Dandini

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giovedì 4 febbraio 2010

Catania : due episodi inquietanti

Issaka Troore, un ragazzo di 26 anni, della Costa D’Avorio, è morto mercoledi 27 gennaio alle 15,30 presso il reparto di rianimazione dell’Ospedale Vittorio Emanuele di Catania.

Il ragazzo era stato ricoverato il giorno prima alle 11,03. Si era recato al pronto soccorso dell’ospedale, accusando dolori addominali, accompagnato da un amico, Chiaka Diarra.

Proprio quest'ultimo ha raccontato che Issaka, una volta giunto al pronto soccorso, dopo una lunga attesa, è stato sottoposto a una visita e che intorno alle 15,00 gli è stata somministrata una flebo.

Chiaca è rimasto con l'amico fino alle 17,00, quando erano già state somministrate altre 4 flebo. A quel punto i dottori suggeriscono il ricovero e Chiaka ritorna a casa, rassicurato da Issaka che si dice convinto di poter tornare a casa non appena i medici avranno finito di curarlo.


Nel frattempo, secondo quanto riferisce Chiaka, sulla base delle telefonate fatte durante la giornata all’amico, sono state somministrate altre flebo, e una trasfusione di sangue. Sempre da quel che riferisce Chiaka, Issaka parla tranquillamente al telefono e ripete che presto tornerà a casa.

Intorno alla mezzanotte, Chiaka richiama l’amico, ma Issaka non risponde più al telefonino, che risulta spento. Il giorno dopo, ritorna, con altri amici in ospedale, dove gli viene comunicato che le condizioni di Issaka sono gravissime, ma non gli viene ancora comunicata la morte dell’amico, che è avvenuta alle 15,30 di mercoledi. Sarà l’avvocato di Issaka a venire informato in serata dell’avvenuto decesso.

Gli amici di Issaka ritornano in ospedale il giorno successivo, siamo a giovedi, a questo punto vengono informati della morte del ragazzo, ma non vengono comunicate le cause del decesso. L’ospedale non può dare questo tipo di informazioni a persone diverse dai parenti, che comunque, secondo quanto dichiarato dalla direzione sanitaria, dovrebbero essere muniti di una specifica autorizzazione da parte di un giudice.

A questo punto Chiaka, insieme ad altri amici di Issaka, pensano di rivolgersi alla Caritas di Catania, alla quale altre volte hanno fatto riferimento per ottenere accoglienza per la notte o per la ricerca di un lavoro; lo stesso Issaka risulta essere stato assistito dalla Caritas di Catania da giugno di quest’anno, il ragazzo è stato accolto presso il dormitorio ed è stato aiutato a trovare un lavoro provvisorio. Il ragazzo aveva chiesto lo stato di rifugiato politico.

Raccolta la testimonianza di Chiaka e di altri due amici di Issaka, la Caritas di Catania si mette in contatto con l’Ospedale per cercare di capire cosa sia accaduto nelle ore trascorse tra il ricovero e la morte di Issaka.

Dalla rianimazione dell’Ospedale apprendiamo che Issaka è giunto in reparto in condizioni disperate, con l’addome gonfio e una grave emorragia in atto, quasi del tutto privo di sangue, il medico che ci risponde al telefono ci dice che non c’è stato il tempo di effettuare un intervento. Issaka è rimasto in rianimazione circa un’ora e mezza, dalle 14 alle 15,30, prima di andare in arresto cardiaco e morire.

Dalla direzione sanitaria ci informano che la causa della morte sarebbe una “Coagulopatia intravascolare disseminata”, una disfunzione della capacità di coagulare del sangue, ma non sanno il motivo per il quale si sia determinato tale evento. Inoltre non è possibile per la direzione darci ulteriori informazioni a causa della legge sulla privacy, occorre un’autorizzazione del giudice; anche per poter disporre un’autopsia occorre un’autorizzazione del giudice, i medici possono disporla solo se “avessero dei dubbi sulla terapia impostata”. Evidentemente, a parere dei medici del Vittorio Emanuele, in questo caso dubbi non ce ne sono.

Ci sembra utile precisare che Issaka si era già recato precedentemente al pronto soccorso dello stesso ospedale, con gli stessi sintomi, ma era stato dimesso senza ricovero.

A questo punto la Caritas si chiede cosa possa essere accaduto a Issaka, arrivato al pronto soccorso accusando dolori addominali, ma con le sue gambe, e che, dopo diverse ore dal ricovero, arriva in rianimazione in condizioni disperate.

Senza voler necessariamente gridare all’ennesimo caso di malasanità sarebbe utile ottenere chiarezza dai medici che hanno prestato le cure al ragazzo.

Sentito dalla stessa Caritas il dr. Giovanni Castorina, che ha seguito Issaka dal momento in cui è stato ricoverato, è stato confermato che Issaka si era già recato in precedenza al pronto soccorso del Vittorio Emanuele, accusando gli stessi sintomi, ma era stato dimesso con la diagnosi di “colica addominale”.

Il ragazzo, secondo quanto dichiarato dal medico, soffriva di ulcera duodenale, il 26 gennaio è arrivato in ospedale con dolori addominali ed è stato sottoposto alla profilassi prevista in questi casi: visita, osservazione breve e flebo.

“Sono stati effettuati gli esami di laboratorio del caso, dopo di che, il paziente improvvisamente si è aggravato, manifestando sintomi acuti di una forte anemia, in un’ora ha perso circa un litro e mezzo di sangue, è stato sottoposto a una gastroscopia e a una tac, e trasferito in rianimazione”- riferisce Castorina.

A quel punto si era già innescata una reazione chiamata CID (coagulazione intravasale disseminata) che in poco più di un’ora lo ha ucciso. ( www.siciliatoday.net)

Il direttore della Caritas di Catania, P. Valerio Di Trapani ha dichiarato che la Caritas Diocesana di Catania ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica, interessando l’autorità giudiziaria, per ottenere la documentazione clinica di Issaka Troore e chiedere che venga disposta un’autopsia sul cadavere del ragazzo per chiarire se le cure somministrate dai medici dell’ospedale siano state tempestive o meno.Issaka era stato assistito dalla Caritas di Catania da giugno di quest’anno, il ragazzo è stato accolto presso il dormitorio ed è stato aiutato a trovare un lavoro provvisorio. Il ragazzo aveva chiesto lo stato di rifugiato politico.

La web tv TeleStrada (visibile all’indirizzo www.telestrada.it) ha registrato le testimonianze di Chaka, amico di Issaka, che lo ha accompagnato in pronto soccorso il giorno prima della morte e del dr Castorina, uno dei medici dell’Ospedale Vittorio Emanuele di Catania, che ha seguito il ricovero del ragazzo, queste interviste sono state accompagnate all’esposto presentato in Procura come prove documentali.



Malasanità o razzismo?

"E' partita la campagna per la schedatura degli studenti stranieri nel nostro Paese?".

E' il quesito posto in un'interrogazione urgente da 14 deputati del Pd, prima firmataria Colomba Mongiello, e indirizzata ai ministri dell'Interno e dell'Istruzione a proposito di quanto accaduto a Catania nel novembre scorso

Si denuncia che l'ufficio scolastico di Catania, il 23 novembre scorso avrebbe inviato alle scuole della Provincia una circolare in cui si chiedeva la compilazione, entro il 14 dicembre 2009, di schede di rilevazione dei dati relativi a tutti gli studenti stranieri, con la seguente motivazione: attuare interventi 'a favore degli alunni immigrati che in atto frequentano le istituzioni scolastiche di questa provincia'.

"A questo comportamento
già di per sè anomalo - aggiungono i senatori del Pd - si è aggiunta la richiesta dei dati di tutti gli studenti stranieri, anche frequentatori abituali delle istituzioni scolastiche, che conterrebbe tutta una serie di dati sensibili quali: nomi, cognomi, data e luogo di nascita, eventuali spostamenti nel corso dell'anno per tornare al paese d'origine".

'E' evidente - sostengono i senatori del Pd - che la richiesta di dati sensibili nel caso di studenti stranieri ha come conseguenza una schedatura di eventuali immigrati irregolari e che scuole e ospedali non hanno l'obbligo di denunciare secondo la legge vigente. E' necessario che sia il ministro Maroni che Gelmini facciano chiarezza su un episodio per molti versi inquietante".
(www.stranieriinitalia.it)


martedì 16 giugno 2009

Milano, niente colonia estiva per i figli degli irregolari

Milano amica dei bambini

L’iniziativa offre l’opportunità a bambini e ragazzi dai 3 ai 14 anni di trascorrere soggiorni in Case Vacanza del Comune di Milano, situate in alcune delle più pittoresche località di villeggiatura del nord Italia. La proposta educativa dei soggiorni nelle Case Vacanza ha come obiettivi principali:
  • favorire il coinvolgimento e la responsabilizzazione dei bambini nella gestione quotidiana della vita comunitaria per potenziare l’autonomia personale e l’autostima;
  • promuovere la solidarietà tra i componenti del gruppo;
  • sviluppare la responsabilità verso gli altri che deriva da azioni e atteggiamenti personali;
  • migliorare il piacere di relazione interpersonale;
  • vivere lo spirito di avventura unito alla socializzazione e al divertimento;
  • ampliare le capacità creative.
Se non fosse che...

Il comune di milano ha chiuso ai figli degli irregolari il programma Estate Vacanza 2009

L'iniziativa avrebbe consentito ai bambini e ai ragazzi dai 3 ai 14 anni di trascorrere, pagando una piccola somma, una decina di giorni in alcune delle più pittoresche località di villeggiatura del nord Italia

Per partecipare al programma “Estate vacanza” servono: il permesso di soggiorno in regola con la normativa vigente, la fotocopia del documento di identità e del codice fiscale dei genitori.

A differenza delle lezioni durante l’anno, che sono considerate scuola dell’obbligo e sono organizzate dallo Stato, le attività educative e ricreative offerte a luglio, agosto e settembre, nelle scuole e nelle altre strutture comunali, sono servizi facoltativi, integrativi, gestiti dal Comune. Quindi, paradossalmente, ci sono bimbi immigrati che vanno a scuola durante l’anno, ma che a luglio devono restare a casa.

Sul caso interviene Pietro Zocconali, presidente dell'Associazione Nazionale Sociologi, che parla di una decisione''socialmente devastante”, “emarginante e lesiva dei diritti fondamentali dei bambini di ogni razza a godere di cittadinanza piena nel mondo, a prescindere dalla condizione dei genitori. È paradossale – sottolinea il sociologo - che la città ospitante di un evento internazionale come Expo 2015 precluda ai bambini una possibilità come poche di integrazione''.



L’anno scorso, il Comune aveva escluso, con una circolare, i bimbi figli di clandestini o irregolari dall'iscrizioni alle scuole materne.
In quel caso la magistratura aveva bocciato questa scelta come discriminatoria.

Per i centri estivi negati ai figli degli irregolari arriva la prima protesta ufficiale da parte di alcuni insegnanti, i quali esprimono la loro profonda indignazione per la mancata tutela del diritto per i minori a godere di uguale trattamento e pari opportunità; denunciano la violazione del diritto di uguaglianza sancito dalla Costituzione e chiedono che tale normativa venga immediatamente modificata al fine di ristabilire le condizioni affinché a tutti gli alunni siano garantite pari possibilità di accesso.

Nessun commento da parte dell’assessore Moioli (assessore all’Educazione).

FONTE: www.stranieriinitalia.it/

www.lastampa.it/forum/

domenica 31 maggio 2009

La laurea honoris causa a uno che meriterebbe il carcere

La laurea honoris causa viene conferita dalle università a personalità che si sono distinte particolarmente e che, accettando il conferimento, ricevono e nello stesso tempo danno onore all’ateneo che li celebra.
Ebbene, l’Università di Sassari conferirà la laurea honoris causa in diritto, al Colonnello Gheddafi, AMICONE di Silvio Berlusconi, nonchè alleato nella politica di respingimento dei migranti messa in atto da Maroni.



La proposta viene dal professor Giovanni Lobrano, preside di Giurisprudenza, ed è stata approvata dal Consiglio di facoltà.

Giovanni Lobrano: "Il conferimento della laurea honoris causa al presidente Gheddafi da parte di una facoltà che si pone certamente in un contesto diverso da quelle islamico, contribuisce a un processo già in corso di dialogo e di conoscenza reciproca fra sistemi giuridici diversi ma convergenti nel Mediterraneo".

“Anche se ho proposto io la cosa e ho votato a favore - precisa il preside all’ADNKRONOS - e’ mia abitudine scientifica non attribuirmi meriti che non ho. Non posso definirla come una mia iniziativa ma sicuramente la proposta in facolta’ l’ho fatta io. Prima ne ho parlato con alcuni colleghi anziani e poi con il Magnifico rettore, Alessandro Maida. In particolare, ci siamo fatti carico di renderci conto se ci poteva essere una disponibilita’, una attenzione politico diplomatica per l’iniziativa. Poi veramente di piu’ non posso dire perche’ non si tratta di questioni personali di cui posso disporre. Su alcune cose sono veramente impegnato alla riservatezza”.

Insomma, Lobrano ammette che l’iniziativa non è interna alla facoltà, ma frutto di molti contatti in alto loco.

Del resto l’Italia si sta adeguando al sistema giuridico libico:
  • lo stesso trattamento indegno dei migranti
  • il non riconoscimento del diritto d’asilo
  • l'uso della tortura.
Rimandare i profughi in Libia significa riservare loro i diritti e le "libertà" del regime libico!

I 40 anni di regime del Colonnello Gheddafi, sono macchiati di sangue e gravi restrizioni delle libertà dei 6,3 milioni di cittadini libici.
A dirlo sono i rapporti sulla Libia firmati Amnesty International e Human Rights Watch, che parlano di prigionieri politici, di reati di opinione, di una diffusa impunità e di torture .

Nonostante la tortura in Libia è proibita dalla legge, di 32 detenuti libici intervistati da Human Rights Watch nel 2005, 15 erano stati torturati per estorcere confessioni poi utilizzate nei processi. Sarebbe pratica comune incatenare i detenuti per ore al muro, picchiarli con bastonate sulla pianta del piede, e sottoporli a scariche elettriche. Altre sevizie sarebbero le ferite inferte con i cavatappi sulla schiena, la rottura delle articolazioni delle dita, il versamento di succo di limone sulle ferite aperte, il tentato soffocamento con sacchetti di plastica, la privazione del sonno e del cibo, lo spegnimento di sigarette sulla pelle e la minaccia ravvicinata di cani ringhiosi.

La notizia ha fatto talmente scandalo che sta girando un appello tra i docenti contro la decisione dell'ateneo di Sassari.
Per aderire all'iniziativa, promossa dai Radicali, che sulla questione hanno anche presentato una interrogazione parlamentare, basta scrivere a info@radicali.it



Gheddafi visiterà l’Italia dal 10 al 12 giugno. Una tappa storica, che segna il riallineamento di Roma e Tripoli. Gheddafi parlerà di affari, ma anche e soprattutto di immigrazione, e di respingimenti in mare. Chi conosce quale destino attende gli emigranti e i rifugiati respinti al largo di Lampedusa e imprigionati nelle carceri libiche, non può rimanere indifferente e complice. Per questo siamo tutti invitati a manifestare il nostro dissenso, per non rimanere indifferenti, e per essere migliori di chi ci rappresenta.
Partecipiamo alla campagna nazionale :





giovedì 30 ottobre 2008

Squadrismo, regime e movimento

Siamo alle spranghe tricolori.
“Voi a colpi di decreti legge, noi a colpi di spranga”,
potrebbe essere lo slogan dei neofascisti ruota di scorta del governo.

Tutti i distinguo, i non siamo negli anni ‘20, i la nostra è una democrazia matura, i siamo un paese dell’Unione Europea, tutte le riflessioni che ci siamo sbrodolati addosso per 14 anni sull’irripetibilità del ventennio, sulla diversità di condizioni, si sciolgono di fronte ad un camion di neofascisti che scendono con le spranghe tricolori e menano a manca e… a manca mentre la polizia guarda altrove.



Hanno un bel dire che il fascismo regime usò poco la violenza, anche se bene ha fatto Walter Veltroni a ricordare domenica Piero Gobetti, Don Minzoni, Giacomo Matteotti. E’ che il fascismo movimento ne aveva usata a sufficienza prima. Basta ricordare gli oltre 2.000 morti (contro una sessantina) del solo 1921. Oggi i TG definirebbero lo stillicidio di 2.000 morti contro 60 come scontri tra opposte fazioni. No, non siamo agli anni ‘20, ma quando qualcuno organizza una squadra di picchiatori, probabilmente li paga, li carica su di un camion e li porta a commettere atti violenti contro una manifestazione pacifica ed autorizzata non stiamo parlando di un episodio normale né di conflittualità normale.

Non serve forse ricordare gli anni ‘70 (nella foto Giorgio Almirante con le spranghe tricolori dell’epoca), non serve ricordare Genova, non serve ricordare come ci siano sempre analfabeti pronti a cadere nelle provocazioni. Basta che nasca un timidissimo movimento di protesta, con ancora scarse possibilità di radicamento, che parla un linguaggio post-politico e che spesso della politica ha solo paura, in un contesto nel quale il governo ha il pieno controllo di tutto, dal parlamento ai sondaggi, perché tutte le strategie della tensione tornino attuali. Nulla è permesso. Nessuna dialettica. I media (anche i suoi) sono ansiogeni e diffondono pessimismo (basterà un decreto per imporre l’ottimismo per legge?). Chi protesta è solo facinoroso. Chi articola una critica mente. Chi lo scrive sui muri va in galera.

Francesco Cossiga non parlava a vanvera la scorsa settimana anche se è stato consolatorio pensarlo. Come nelle guerre a bassa intensità, l’episodio squadrista di ieri dimostra (e il ricordo di Genova sta lì) che il governo è disposto a delegare l’uso della violenza a formazioni terze che possano fare il lavoro sporco. Non siamo alla Colombia, ma siamo di fronte ad una cultura politica affine.

Silvio Berlusconi in questi 14 anni ha dimostrato di essere un alieno della democrazia, di non conoscerne né riconoscerne forma e sostanza. Ma definire la sua una democrazia del televoto non serve a definire la fase nella quale stiamo entrando. Tra una settimana Mariastella Gelmini calerà dall’alto la sua riforma dell’Università. Seguirà la solita sequenza di strappi. E’ una riforma ancora semisegreta, scritta con pochi amici senza consultare nessuno, non le parti sociali, ma neanche la CUN e chi l’Università la manda avanti. Verrà approvata in nove secondi per decreto legge dal consiglio dei ministri. Poi verrà portata in parlamento dove probabilmente verrà posta la fiducia. Su tutto questo caleranno una valanga di veline da Minculpop che orienteranno l’opinione pubblica contro i reprobi docenti fannulloni, nepotisti e spreconi.

Se tutto va bene, ovvero se si dilungheranno, questo processo si concluderà poco dopo Natale. Ci sarà l’abolizione del valore legale del titolo di studio e molto di peggio. Lo vedremo. Quello che è evidente è che la lotta comincia ora e che la violenza è la più incontrollabile delle varianti da usare contro questo movimento pacifico, di studenti, maestri, docenti, personale amministrativo e chiunque abbia a cuore il diritto costituzionale allo studio. Quando “Il Giornale” la settimana scorsa minacciava gli studenti non scherzava. Sangue freddo ragazzi e, più che mai, occhio ai provocatori e a chi tenta di dividere.

(di Gennaro Carotenuto)

venerdì 24 ottobre 2008

«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand`ero ministro dell`Interno»


Il 12 maggio 1977, in occasione del terzo anniversario del referendum sul divorzio, i radicali indissero un concerto in Piazza Navona per la raccolta firme per gli “8 referendum contro il regime”, nonostante fosse in vigore il divieto di manifestazioni pubbliche decretato dopo la morte dell’agente Settimio Passamonti e il ferimento di altre 5 persone, raggiunti da proiettili sparati da manifestanti durante alcuni scontri di piazza il 21 aprile. All’iniziativa aderirono i simpatizzanti del movimento degli autonomi per protestare contro la diminuzione degli spazi di espressione politica ed il clima repressivo nei loro confronti. Nelle strade erano presenti centinaia di membri delle forze dell’ordine in assetto da ordine pubblico, coadiuvati da agenti in borghese. Nella giornata scoppiarono diversi incidenti, con lancio di bombe incendiarie, ed esplosione di colpi di arma da fuoco. Nei giorni successivi diverse persone, tra questi Marco Pannella, dichiararono la presenza di agenti in borghese nascosti tra i dimostranti. Nel tardo pomeriggio, tra le ore 19 e le ore 20, due ragazze e un carabiniere furono raggiunti da proiettili sparati da Ponte Garibaldi e da altre direzioni: Giorgiana Masi, 19 anni, fu colpita alla schiena da un proiettile calibro 22 e morì durante il trasporto in ospedale, Elena Ascione rimase ferita a una gamba, il carabiniere Francesco Ruggeri rimase ferito alla mano. L’inchiesta sull’uccisione di Giorgiana Masi e sul ferimento di Elena Ascione e del carabiniere Francesco Ruggeri fu chiusa il 9 maggio 1981 dal giudice istruttore Claudio D’Angelo su conforme richiesta del Pubblico Ministero con la dichiarazione di impossibilità di procedere poiché rimasti ignoti i responsabili del reato. Le indagini furono riaperte nel 1998, affidate al PM Giovanni Salvi, della sede giudiziaria di Roma. Il ministro dell’interno Francesco Cossiga fu coinvolto in aspre polemiche per l’inadeguata gestione dell’ordine pubblico (vi sono fotografie che mostrano agenti in borghese, mimetizzati tra i manifestanti, che sparano ad altezza uomo). La storia della morte di Giorgiana Masi è stata presa a simbolo di molte lotte giovanili contro le ingiustizie della polizia e della politica, ed è ancor oggi oggetto di forte polemica. Tratto da Wikipedia,

Il 2 giugno 1977, i Radicali diffondono il cosidetto Libro bianco, una scioccante raccolta di fotografie e testimonianze dirette sui fatti del 12 maggio, mai apparse sui quotidiani nazionali che pure erano in possesso di parte del materiale. I racconti di parlamentari, giornalisti e semplici cittadini, confermati da un impressionante numero di immagini, descrivono con dovizia di particolari un enorme quantità di soprusi effettuati dagli agenti di Polizia e dai Carabinieri in servizio, che si rivolgevano con violenza ingiustificata anche sui semplici passanti, picchiando, bastonando e sparando lacrimogeni ad altezza uomo. Nonostante le ripetute negazioni del Ministro degli Interni Francesco Cossiga, moltissimi documenti fotografici attestano la presenza di poliziotti in borghese (o meglio, travestiti da autonomi) in possesso di armi da fuoco che mirano, e in alcuni casi sparano, ad altezza uomo.



Marco Pannella e i suoi presentano il libro come prova schiacciante dei comportamenti illegali degli apparati statali, e delle menzogne di Cossiga. Purtroppo, nemmeno la presunta oggettività della fotografia serve a scalfire i meccanismi di potere e i delitti del 12 maggio 1977 restano, a tutt’oggi, impuniti.

giovedì 23 ottobre 2008

Studenti e docenti andrebbero picchiati a sangue. Parola di Francesco Cossiga

I virus pericolosi andrebbero stroncati sul nascere per non correre il rischio che si diffondano e diventino endemici.

Non sap
piamo se qualche insidioso parassita abbia colpito Francesco Cossiga inducendolo a rilasciare un'intervista delirante sul quotidiano QN.

Ciò che ci preoccupa è che i
l Cossiga pensiero possa fare proseliti.




Citiamo dal Quotidiano Nazionale:

''Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornera' ad insanguinare le strade di questo Paese. E non vorrei che ci si dimenticasse che le Brigate Rosse non sono nate nelle fabbriche ma nelle universita'. Quanto alla possibilita' di usare la forza pubblica espressa dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, Cossiga ha detto: ''Maroni dovrebbe fare quello che feci io quando ero ministro dell'Interno'', ha continuato. ''In primo luogo lasciare perdere gli studenti dei licei, perche' pensi a cosa succederebbe se un ragazzino di dodici anni rimanesse ucciso o gravemente ferito...''. ''Lasciar fare gli universitari - ha continuato - Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle universita', infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le citta'''. ''Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovra' sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri'', ha affermato Cossiga. ''Nel senso che le forze dell'ordine non dovrebbero avere pieta' e mandarli tutti in ospedale - ha continuato - Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in liberta', ma picchiarli e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano''. ''Soprattutto i docenti - ha sottolineato - Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine si'.

E se qualche esaltato dovesse prendere sul serio quelle che a qualcuno potrebbero suonare come solite e ininfluenti provocazioni?

Se qualcuno decidesse di picchiare a sangue uno studente forte di questo avallo preventivo dell'ex capo dello Stato?

Il picconatore non è nuovo a tali esternazioni. E non si tratta solo di "picconate" verbali. Quando era a capo del dicastero degli interni, l'11 marzo del 77 nella zona universitaria di Bologna nel corso di durissimi scontri tra studenti e forze dell'ordine morì il militante di Lotta continua Pierfrancesco Lorusso; pochi mesi dopo, a maggio, in una delle giornate di protesta più infuocate degli studenti, Cossiga rispose mandando veicoli trasporto truppa blindati (M113 ) nella zona universitaria. Morì Giorgiana Masi, studentessa di 19 anni del liceo Pasteur di Monte Mario. A quasi 30 anni di distanza, nel 2005 Cossiga scrisse che Giorgiana Masi probabilmente fu uccisa da "fuoco amico", "da un proiettile sparato dagli stessi manifestanti"... Allora ci furono reazioni indignate, in primis Marco Pannella.

Ci auguriamo che avvenga lo stesso anche oggi. A meno che Cossiga non smentisca tali dichiarazioni (con la tecnica del premier Berlusconi che esterna per ottenere un effetto per poi negare ciò che chiaramente ha detto) ma probabilmente non lo farà, ci auguriamo che qualcuno abbia la decenza di rispondergli.

Magari qualcuno con qualche competenza di legge che ci confermi se le sue affermazioni rasentano "l'istigazione a delinquere", o "l'eversione dell'ordine democratico", o "l'attentato alla Costituzione" (reato di cui, non a caso fu chiesto a suo tempo l'impeachment per lo stesso Cossiga).

di Stefano Corradino corradino@articolo21.info

La Vignetta è di Vukic

P.S.Visitate il blog di Vukic ( Marco Vuchich), non ve ne pentirete!

sabato 18 ottobre 2008

Classi separate per alunni stranieri: l’esclusione tra i banchi di scuola - I commenti di insegnanti e professori


Mentre il mondo dell’istruzione, dalle scuole primarie alle Università, è attraversato dalle iniziative di protesta contro il Decreto 137 - la cosiddetta riforma Gelmini - un nuovo provvedimento minaccia il diritto all’istruzione e la convivenza tra le differenze.

La proposta del partito della Lega Nord votata martedì a maggioranza dalla Camera di istituire classi separate per gli alunni stranieri che non parlano la lingua italiana prevede che i figli dei migranti debbano superare un test di ingresso di conoscenza della lingua italiana altrimenti saranno spostati in classi differenziate predisposte ad hoc per loro, cosiddette classi di inclusione sebbene separate dalle classi ordinarie.
Classi per soli immigrati dunque, per rafforzare quel falso pregiudizio secondo cui la presenza di alunni stranieri nelle scuole danneggia i bambini italiani.
E’ un nuovo tassello nel processo di stigmatizzazione del migrante da parte delle istituzioni, che completa l’immagine del migrante come soggetto insidioso da cui difendersi attraverso leggi sempre più vessatorie (pacchetto sicurezza, introduzione di tasse di soggiorno, invenzione di nuove categorie di reato come quello di clandestinità) : i migranti costituiscono una minaccia per la sicurezza, il benessere e l’identità delle città non solo perché sono criminali e credono in una religione diversa dalla nostra, ma anche perché scavalcano le famiglie italiane nelle graduatorie per le case pubbliche e perché i loro figli abbassano la qualità dell’insegnamento nelle scuole italiane.
Non sono i tagli alla scuola pubblica e le riforme che riducono a 24 ore settimanali il tempo della didattica a compromettere la qualità dell’insegnamento e il processo di apprendimento, ma i figli degli immigrati !
Se la natura del provvedimento è certamente politica, le conseguenze della mozione saranno tragicamene concrete.
Innanzitutto la misura compromette gravemente il ruolo strategico di agenzia di mediazione interculturale e sociale che la scuola ricopre spontaneamente in quanto universo in cui si incontrano bambini – e di conseguenza adulti – con background socialmente e geograficamente vari.
Per italiani e migranti la scuola è forse il primo vero luogo di contatto e scambio di relazioni tra persone portatrici di culture differenti. Nonostante i tagli e le riforme che si sono succedute, nella scuola si compie il primo contatto per il minore straniero con la società di arrivo; è nell’inserimento nella classe che si attua la prima fase di accoglienza da cui sviluppare il percorso dell’inclusione, un processo che necessita di tempo e di professionalità, già compromesso dai tagli e dalle passate riforme.
Per quanto riguarda poi l’apprendimento della lingua italiana, è risaputo che le lingue si apprendono meglio attraverso l’interazione con l’altro e che un contesto affettivo-relazionale positivo è strategico per impararle.
Ma tutto questo è volutamente ignorato dal nuovo provvedimento, perché è evidente che la mozione ha l’obiettivo di escludere, differenziare e marginalizzare le differenze fin dalla più tenera età.
La teoria della pericolosità sociale dell’immigrato su cui si basano le politiche di molti Governi e lo sfruttamento dell’immaginario della paura ha bisgno di nuovi contesti da colonizzare. La vita dei bambini migranti, il rapporto con i loro coetanei nativi, diventa quindi un nuovo terreno su cui sperimentare il processo di differenziazione della cittadinanza trasversale a tutti gli ambiti della vita, dal lavoro alla posizione del soggiorno, dalla la salute alla casa, dalla circolazione fino alla scuola, appunto.

“E’ un provvedimento vergognoso” dicono le/gli insegnanti della scuola primaria mobilitati contro la Riforma Tremonti-Gelmini.


L’insegnante Stefania Ghedini delle Scuole XXI Aprile di Bologna commenta indignata: “Vogliono partire dalla scuola per costruire una società fatta di barriere; la scuola in cui crediamo è invece aperta, accogliente e sa includere le differenze: solo così si costruisce un futuro di convivenza e rispetto reciproco perché non vogliamo i meccanismi della banlieue, che portano a spendere in più polizia".
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Secondo Francesco Bonfini di Rdb Cub Bologna il provvedimento delle classi separate, così come i tagli alla scuola pubblica sono attacchi diretti ai ceti economicamente più deboli, per cui la scuola è uno strumento di emancipazione ed inclusione. “E’ un’idea bizzarra, oltretutto, pensare che mettendo insieme venti bambini che non parlano l’italiano questi imparino la lingua più velocemente che stando in classe con altri bambini che già lo parlano.”

Secondo il Professore Luigi Guerra, Preside della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Bologna si tratta di “un provvedimento razzista, che come altri sconta anche la mancanza di memoria su quanto successo in passato ai figli dei nostri emigrati. E’ un provvedimento che viene venduto come un modo per integrare meglio il bambino straniero, ma iniziare il processo di integrazione con un periodo di reclusione di fatto - come facevano in America o in Germania con i figli degli italiani - ossia un periodo in cui si nega il confronto con la cultura ospitante e al contrario si trasmette l’idea che quella cultura non ti vuole finché non sei assolutamente uguale, significa costruire le premesse perché non vi sia mai nessun titpo di inclusione. E’ chiaro che ogni qualvolta non si investe in scuola si deve investire in carabinieri, ogni qualvolta non si investe in prevenzione del disagio si deve investire in ricomposizione del disagio, e questo costa drammaticamente di più che gli interventi di prevenzione.”
- [ Ascolta ] l’audio completo

Redazione Progetto Melting Pot Bologna

giovedì 16 ottobre 2008

Approvate le classi per bambini immigrati, come negli anni delle leggi razziali

Con 256 sì contro 246 no e un astenuto, la mozione leghista che proponeva alla Camera l'istituzione di classi per studenti immigrati, definite "classi di inserimento", è stata approvata.

Tali classi saranno riservate agli alunni stranieri che non supereranno i test previsti per le classi ordinarie. Si tratta di un evento da non sottovalutare: la realizzazione - da parte delle Istituzioni italiane - di ideologie deliranti, di stampo razzista e xenofobo, che fino a qualche anno fa appartenevano all'ambito neonazista o ai nostalgici dei tempi delle leggi razziali.

Durante la discussione, il capogruppo della Lega Roberto Cota - che recentemente ha affermato che i bambini stranieri "rallentano i processi di apprendimento di quelli italiani", negando strumentalmente l'importanza dell'intercultura e del valore educativo della fratellanza - ispirato da Umberto Bossi, ben presente al suo fianco, ha fornito una giustificazione alla proposta della Lega: evitare di iscrivere bambini stranieri dopo il 31 dicembre per non bloccare lo svolgimento del programma; creare le classi ponte o di inserimento, impedendo l'effetto "ritardante" dei bimbi stranieri su quelli ariani... ooops, italiani; infine, capovolgendo i termini del problema reale, prevedere che il numero degli stranieri in una classe sia proporzionale a quello degli italiani per evitare che si creino classi di stranieri in cui "per i nostri alunni italiani evidentemente non vi sarebbe più spazio".

"Classi ebraiche statali" e "classi per stranieri" furono istituite dal regime nazista (con la formula dei decreti, utilizzata con disinvolta frequenza oggi, in Italia, come allora), così come fu definita una percentuale massima di studenti "non ariani", fissata allora all'1,50% dal Decreto contro il sovraffollamento nelle scuole tedesche. Contemporaneamente, i programmi scolastici vennero infarciti di nuove teorie educative e di una rilettura della Storia. La propaganda, poi, spiegò al popolo tedesco che i cambiamenti avrebbero migliorato le condizioni di vita tanto dei cittadini del Reich quanto degli stranieri, perché la Germania di Hitler - secondo le rassicurazioni di Goebbels - era terra d'accoglienza e integrazione.

"La propaganda è un'arte," scrisse lo stesso Goebbels, "non ha alcuna importanza se esprima la verità".

Ed ecco, oggi, Bossi, mascherato da Cota: "Le classi di inserimento sono uno strumento per garantire l'inclusione, servono a prevenire il razzismo e a realizzare una vera integrazione".

E' evidente che l'Italia sprofonda ogni giorno che passa nel fango dell'odio razziale, in un modo sempre più spregevole.

La vita e la dignità umana hanno perso ormai qualsiasi valore, per i razzisti italiani.

Come durante i regimi di Mussolini e Hitler, è crollato anche il mito che la cultura umana ha sempre considerato inviolabile: l'integrità dell'infanzia. Basta visitare un insediamento Rom e assistere con i propri occhi all'agonia di centinaia di bambini - annientati da virus, batteri e funghi, divorati dai topi e dal fuoco, consumati dalla sporcizia, dalla fame e dagli agenti atmosferici - per comprendere come l'intolleranza abbia reso le autorità e gran parte del popolo italiano insensibile, anzi, crudele nei confronti delle etnie sgradite.

Le "classi per stranieri", se diventeranno effettive, distruggeranno la cultura della tolleranza, rendendo sempre più solide le basi dell'ideologia razzista: dai pogrom istituzionali si arriverebbe presto all'affermazione di una vera e propria "cultura della razza", principio della fine di una democrazia e di una società basata sui diritti umani e civili.

"Negli esseri umani forniti di un marcato istinto di razza, la parte rimasta pura tenderà sempre all'unione fra simili impedendo un'ulteriore mescolanza. E con questo, gli elementi imbastarditi passano in secondo piano, a meno che essi non si siano moltiplicati in misura così consistente da impedire la riaffermazione della razza pura". Adolf Hitler, "Mein Kampf".

( di Roberto Malini - Gruppo EveryOne )

mercoledì 27 agosto 2008

Questa volta il nemico è l’insegnante meridionale (e la scuola al Sud è un miracolo)


Forse non è il caso di scomodare Adolph Hitler ed il nazionalismo estremo del XX secolo che, nell’individuare in una minoranza interna (in quel caso con l’antisemitismo) il nemico, il problema della modernità, il piombo nelle ali di una società in crisi, giunse a teorizzare e realizzare il genocidio.

Forse non è il caso di rammentare il fascismo, come fa perfino Famiglia Cristiana, per commentare le uscite della carneade Mariastella Gelmini contro gli insegnanti meridionali che una volta di più nascondono quanto di grave si sta per abbattere sul paese, quel federalismo contro il quale è necessario opporsi.

Una volta di più, l’infantile idiosincrasia non solo italiana dell’individuare un diverso, inferiore, al quale dar la colpa di colpe proprie, emerge come l’essenza di quel concentrato di grettezza, opportunismo, luoghi comuni, egoismo, vigliaccheria, rapacità, arretratezza mascherata da modernità, che è alla base dell’ideologia che per comodità chiamiamo berlusconismo.

Berlusconismo che si conforma su due ali. Da una parte vi è quella leghista, che è la variante più gretta e recessiva, fatta di milioni di Mastro don Gesualdo padani, che temono di essere fregati più di quanto aspirino a fregare il prossimo. Dall’altra c’è quella italoforzuta che del leghismo è la variante ottimista, che le studia tutte per conquistare meschini vantaggi per sé e per i suoi, anche minimi, anche a costi umani altissimi, anche a costo della disgregazione del paese. Entrambe le ali hanno bisogno del nemico.

In principio i nemici furono i lavoratori meridionali, che puzzavano, perché costruivano col sudore del loro lavoro salariato a basso costo la ricchezza della nazione. Quindi fu Roma ladrona, che succhiava il sangue alla società padana perfetta, quella che risciacquava i panni nel dio Po e metteva le insegne delle strade in bergamasco come antidoto alla propria chiusura mentale. Poi furono gli immigrati extracomunitari, i negri. Quindi gli albanesi da incolpare dei più efferati delitti familiari. Ricordate Erica e Omar o Roberto Spaccino e tanti altri assassini che beneficiarono di fiaccolate col pilota automatico in loro difesa.

Quindi è stato il turno dei cinesi, quelli che violando i diritti dei lavoratori obbligavano controvoglia gli imprenditori padani (perfino gli assessori leghisti, come abbiamo appreso in questi giorni) a fare altrettanto e a modificare in peggio i rapporti di produzione a quegli stessi docili lavoratori che poi votano Lega. E se non ci credevano allora la colpa era dell’Europa, e dell’Euro di Prodi. Gestito da Giulio Tremonti e Silvio Berlusconi l’Euro di Prodi divenne il più grande trasferimento di risorse della storia dai lavoratori salariati a quelli autonomi. Tra poco sarà il secondo più grande, superato dal federalismo fiscale. Basta dar la colpa ad altri e ripeterlo goebblesianamente all’infinito.

Quindi è toccato ai romeni, i nuovi meridionali, i nuovi negri, i nuovi albanesi, che hanno l’aggravante di confondersi con i rom, gli zingari, i rapitori di bambini che mai nella storia hanno rapito un solo bambino. E se ricordi che la responsabilità penale resta personale il leghista medio ti disprezza con un sorriso beota come fossi l’ultimo Azzeccagarbugli.

Al di sopra dei romeni ci sono solo loro: i più odiati, i musulmani, tutti terroristi, che non meritano nemmeno la costituzionale libertà di culto. Ma non importa chi è il nemico. Un nemico è necessario, un nemico serve sempre, come per George Bush. Un nemico qualsiasi, che fosse Saddam Hussein, Osama Bin Laden, Fidel Castro, Vladimir Putin o le patate fritte (alla francese, french fries, per gli statunitensi che le boicottavano). La logica è sempre quella, noi contro loro, mori e cristiani, noi i paesani di Pietro Maso siamo quelli sani, loro, i concittadini di Nicolae Mailat (l’assassino di Giovanna Reggiani), sono la malapianta da estirpare.

Noi contro loro perché è più facile da capire. Noi contro loro perché altrimenti non scatta la macchina del consenso. Noi contro loro perchè altrimenti i nodi del fallimento del neoliberismo verrebbero al pettine. Noi contro loro perché altrimenti dovremmo interrogarci sui limiti della nostra modernità, sulla perdita di valori, cultura, coscienza civile. Noi contro loro nell’illusione che il problema possa essere espulso e noi si possa riprendere la nostra età dell’oro bucolica interrotta dall’irruzione dello straniero.

Noi contro loro perfino quando la logica si ribalta, politica contro antipolitica e viceversa. Noi lavoratori autonomi che, come vuole Renato Brunetta, mandiamo avanti la baracca, contro loro, gli statali, i lavoratori dipendenti, i mangiapane a tradimento, i fannulloni da colpire, come se poi ci fossero famiglie dove entrambe le tipologie, autonomi e dipendenti, non convivano come convivevano serbi e croati prima di essere indotti a scannarsi tra loro.

Adesso, che l’obbiettivo è imporre il federalismo, si ritorna all’antico: tra tutti quanti, gira gira, è sempre il meridionale l’invasore più odiato, anche a costo di perdere qualche voto al Sud. Non sono i tagli del governo all’educazione a far diminuire la qualità della scuola -ha sostenuto Mariastella Gelmini- ma è la carta d’identità dei docenti la tara ereditaria, il cromosoma impazzito che segna il destino della scuola pubblica da smantellare.

Gli insegnanti meridionali sono cattivi, quelli settentrionali sono buoni, ne sono convinti in tutti i bar di Gallarate. Come per le medaglie olimpiche, che i meridionali alla fine hanno vinto in proporzioni simili ai settentrionali, nonostante abbiano meno piscine, meno palestre, meno stadi e meno opportunità, fa capolino la razza. La razza padana è più sana, più atletica, più lavoratrice, ed è circondata da popoli inferiori da schiavizzare nei capannoni, e da dominare, slavi, napoletani, africani, arabi. Mancano solo gli ebrei, ma per ora. Questo si chiama razzismo; smentite e fraintendimenti non contano.

E’ così idiota la pretesa della Ministra Mariastella Gelmini di classificare i docenti in base alla carta d’identità e non in base ai titoli e al lavoro, che non varrebbe neanche la pena di essere commentata, se non con una richiesta in aula di dimissioni immediate da parte dell’opposizione. Richiesta di dimissioni che non arriverà. E’ così idiota ma è l’ennesima cortina di fumo che abbiamo già segnalato, per nascondere i tagli e lo smantellamento della scuola pubblica. Chi scrive ha più volte denunciato come emergenza nazionale il fatto che un numero importante di insegnanti (meridionali e settentrionali) non meritino la cattedra, precaria o di ruolo, sulla quale siedono ed ha anche indicato un rimedio così drastico che nessun ministro metterà mai in pratica: giudicare ed espellere dalla scuola gli inefficienti. Ciò perché il paese forse si può permettere degli impiegati fannulloni, ma non può permettersi degli insegnanti seduti e senza stimoli.

Ammettiamo pure, ma non concediamo, che gli insegnanti meridionali delle scuole settentrionali siano migliori degli insegnanti meridionali delle scuole meridionali ma, proprio i dati OCSE-Pisa che cita il Ministro (disponibili a p. 2 del quotidiano la Repubblica) la smentiscono. Offro pochi numeri cercando di non complicare il ragionamento. Nello studio della matematica la media nazionale ha un coefficiente di 462 punti. La provincia di Bolzano è in testa con 513 punti e la Sicilia in coda con 423 punti. A guardar bene questi dati ciò vuol dire che la provincia di Bolzano, la migliore, ha una media di appena l’11% migliore di quella nazionale mentre quella peggiore, la Regione Sicilia è dell’8% inferiore alla media nazionale. Ovvero sono dati notevolmente coesi, molto più coesi della maggior parte dei dati che dividono Nord e Sud. Se parlassimo di reddito, per esempio, la questione meridionale in queste proporzioni sarebbe un ricordo o quasi.

Le conclusioni che se ne possono trarre sono varie, compresa quella che sono gli insegnanti meridionali a frenare le scuole settentrionali, ma emerge invece soprattutto il valore unificante che persiste nella scuola pubblica. Nonostante le differenze di reddito, di disponibilità di libri, di computer, di connessioni Internet, di occasioni di cultura, di strutture, laboratori, palestre siano tutte abissalmente a favore degli studenti del Nord, proprio la scuola meridionale, che fa le nozze con i fichi secchi, se non ancora con doppi turni e altre carenze croniche, tampona e rende minimo il ritardo, solo l’8% in meno nel caso peggiore (ma appena -4% la Lucania, -4.5% la Campania). Un vero miracolo questa scuola pubblica meridionale, che non abbassa la testa, sulla quale investire per ripartire e non tagliare, come invece vuol fare il governo coloniale padano installato a Roma con il beneplacito di quasi tutti gli italiani.

A parità di risorse e di contesto, la scuola meridionale è dunque paradossalmente più efficiente di quella settentrionale. Faceva notare il preside di un Liceo trentino che invitò un paio d’anni fa chi scrive per una conferenza, che la sua scuola aveva un bilancio triplo (1.5 milioni contro 0,5 milioni di Euro) rispetto a strutture equivalenti nel resto d’Italia. Se questo triplo di risorse si converte in appena un +11% allora è mal speso e chi invece fa nozze con i fichi secchi e riesce a restare indietro di appena una spanna, ha tutta la mia ammirazione.

La rozzezza della Gelmini serve una volta di più a nascondere il dramma: la scuola italiana va male perché ha sempre meno soldi, risorse, strutture, di quelle dei paesi dell’Europa Occidentale con i quali dovremmo competere, non perché gli insegnanti sono nati a Sud del Garigliano e del Tronto. Quella meridionale ha ancora meno soldi e viene tenuta in piedi da migliaia di eroici docenti (dai quali sottrarre una percentuale di sciagurati, che ci sono anche al Nord e verso i quali non si dovrebbero fare prigionieri). La scuola italiana e meridionale va male e andrà peggio perché la Ministra, che non conta nulla, è lì solo per coprire gli ulteriori tagli imposti all’educazione da chi veramente conta, Giulio Tremonti.

Questo deve disperatamente far cassa per quell’enorme piano Marshall in favore dei ricchi che sarà il federalismo fiscale con il quale Berlusconi pagherà la sua tangente a Umberto Bossi e al Nord contro il Centro e il Sud del paese. La cortina di fumo federalista è già pronta. Siamo tutti federalisti e sempre più spesso trovi conversi progressisti dialoganti sulla via di Garlasco: “sì, dateci solo la metà dei soldi, solo così impareremo a gestirli meglio”, come se davvero credessimo che i trasferimenti Stato-Regioni fossero una concessione del Nord al Sud, e come se facessimo finta di non capire che la conseguenza sarebbe in molte regioni la chiusura di scuole e ospedali e la scomparsa dello Stato dal territorio.

La Gelmini è costretta ad alzare un polverone alla settimana per far polemizzare sul nulla o quasi nulla destra e sinistra, come per il grembiule o il 7 (o 5) in condotta. E’ un gioco che abbiamo già scoperto. E invece bisognerebbe parlare di cose serie, per esempio di un partito unionista, apertamente antifederalista, che rivendichi le ragioni unitarie di un’Italia che dal federalismo ha solo da perdere. Siamo davvero così sicuri di essere tutti federalisti? Per contarci si potrebbe cominciare dal non dialogare con chi vuole distruggere la scuola pubblica, chiedendo le dimissioni della razzista Gelmini. ( di Gennaro Carotenuto )

La Vignetta è di kanjano

lunedì 16 giugno 2008

RACCONTO FINALISTA AL CONCORSO PREMIO PICCOLE IMPRONTE " IO RISPETTO GLI ANIMALI" LAV


Oggi pubblico il racconto scritto da Chatoui Nadir, un bambino di V°B della scuola Primaria " Silvio Pellico di Pachino (SR).
Racconto finalista al Concorso Premio Piccole Impronte "IO RISPETTO GLI ANIMALI", istituito dalla Provincia Regionale di Siracusa in collaborazione con la LAV.

Titolo: Il leone e la scheggia


Non immaginate quanti bellissimi racconti hanno scritto i bambini .Tutti da primo premio!


Chatoui ( Salvatore) il giorno della premiazione era talmente emozionato che non riusciva neanche a parlare, è perciò che il suo racconto lo ha letto la Responsbile Nazionale Settore Educazione della LAV, Ilaria Marucelli.



Difficilmente dimenticherò questa esperienza piena zeppa di emozioni, di gioia e di festa, per tutti quanti, grandi e piccini .