Ascoltate Josè Saramago intervistato da Serena Dandini

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giovedì 17 giugno 2010

Razzismo in autobus alle porte di Milano

Al confine tra Monza e Cinisello Balsamo, alle porte di Milano, martedì 15 giugno un autista dell'autobus z221, linea gestita dalla Brianza Trasporti, esclama:
“Non voglio la merda sul mio pullman, gli zingari no. Apriamo le finestre e cambiamo aria”.

Sono all'incirca le 9.45. Fuori piove. Come consuetudine la z221, l'autobus che collega la Brianza alla stazione di Sesto FS, effettua il proprio viaggio e come sempre al confine tra Monza e Cinisello Balsamo salgono anche i rom.
Resosi conto della loro salita, il guidatore perde il controllo e impone a quanti non hanno il biglietto di avvicinarsi alla sua postazione.
Dopo un primo momento di esitazione da parte dei viaggiatori incriminati, il tono si fa sempre più minaccioso e aggressivo.
Non contento, il conducente si alza in piedi e pretende che quanti sono sprovvisti del biglietto, scendano immediatamente dalla z221.
Intimoriti dalla reazione, i rom e la donna di colore abbandonano l'autobus.
Raggiunto il proprio obiettivo, il conducente non trattiene nemmeno i commenti offensivi.

Leggi tutto l'articolo QUI'


Mi auguro che daranno quantomeno un premio al suddetto autista, a questo campione di alta professionalità e di buona educazione (sic!).

P.S. Sarà mica parente di Borghezio?


mercoledì 25 novembre 2009

L’Italia respinge altri 80 esseri umani nelle mani dei carcerieri libici

Il 23 e il 24 Novembre i ministri dei paesi del Mediterraeno Occidentale (tra cui Malta (dove si viene imprigionati per più di un anno anche se si è bambini, anche se si è dei rifugiati), la Libia (che nelle sue prigioni finanziate dal governo italiano, dove l’Italia respinge illegalmente i richiedenti asilo politico, le persone vengono torturate, a volte uccise, deportate , la Tunisia, la Mauritania, ma anche la Spagna e il Marocco (che hanno collaborato nell’uccisione a freddo di decine di migranti alla frontiera tra le enclaves di Ceuta e Melilla), si sono riuniti a Venezia, barricati sull’isola di San Servolo per parlare di sicurezza e di contrasto all'imigrazione.

Le associazioni veneziane antirazziste avevano chiesto l’autorizzazione ad esprimere il loro pacifico dissenso.
Dall’Accademia sarebbe dovuta partire una barca verso San Giorgio, per una simbolica performance di sensibilizzazione e denuncia.

Tutto era autorizzato fino alle sette della sera prima; a quell’ora, infatti, chi aveva chiesto l’autorizzazione è stato riconvocato d’urgenza in questura per sentirsi dire che le cose erano cambiate, che il Ministro degli Interni, in modo perentorio, diretto e insindacabile, aveva vietato la parte acquea della manifestazione.
Ok, niente barca, niente bacino, ma il presidio sì, con le concordate forme pacifiche e creative.

Questi gli accordi presi fino alla sera prima.

Ma ieri all’Accademia la polizia era di altro avviso:
"se tirate fuori i manichini dobbiamo intervenire" dice subito il dirigente Digos, mentre degli "inviati" romani, mandati direttamente dal Ministero, restano ai margini a controllare, a valutare anzi, la condotta dei loro colleghi della Questura di Venezia, visibilmente imbarazzati di fronte ad ordini così ingiustificabili: caricare una manifestazioni autorizzata perché a Maroni danno fastidio tre manichini di cartapesta e tutto quello che possono evocare e rappresentare.




Una donna incinta, un bambino e un padre, il più alto misura un metro e venti. Una famiglia di carta pesta

I manifestanti, società civile di tutte le età, a volto completamente scoperto, signore e studenti, con le mani alzate, si ritrovano nella grottesca, incredibile situazione di dovere difendere coi loro corpi dei manichini di carta.

La polizia si avvicina, schiaccia i manifestanti dopo averli circondati da tutti i lati.





Si cerca di impedire che le telecamere della Rai e i giornalisti locali possano filmare o fotografare i tre manichini. Tanto fastidio danno questi simboli di dissenso e solidarietà, di "pietas" e di denuncia. La polizia si avvicina, hanno l’ordine chiaro di caricare. Alzano i manganelli, si mettono i caschi, schiacciano i corpi dei manifestanti con i loro scudi. parte qualche colpo, viene strappato il microfono a chi stava denunciando questo ingiustificabile attacco alla democrazia, alla libertà di pensiero e parola.
Ma la parte coraggiosa e civile di una Venezia che difende i suoi veri valori riesce a mostrare cosa significa veramente disobbedire a delle imposizioni ingiustificabili. Troppi giornalisti esterrefatti, troppa gente che si ferma in solidarietà vedendo quella violenza scagliarsi addosso a una manifestazione del genere. La polizia deve allontanarsi, il microfono torna in mano a chi sta conducendo questa battaglia di civiltà. I manichini vengono salvati e fotografati. Solo uno, il papà, è stato "arrestato", forse per reato di immigrazione clandestina commesso da un cadavere di carta pesta.
Alla fine sono i manifestanti stessi a consegnare alla polizia i manichini: li volevate tanto? Noi adesso, decidiamo di consegnarveli. Questo è un bambino morto di fame, freddo e disidratazione il 10 agosto del 2009, su una barca, sotto gli occhi del Ministro che voi oggi avete difeso anche a costo di mettervi contro le più elementari norme di democrazia di questo paese alla deriva.

Per la galleria fotografica e l'articolo completo vai su globalproject.info


Era il 20 agosto del 2009 quando la guardia di finanza italiana riportava a terra cinque eritrei intercettati in mare, a largo di Lampedusa. Erano una donna, due uomini e due ragazzini. Nei loro occhi restava l’orrore di una tragedia appena vissuta. Raccontavano, con un filo di voce, che nella loro barca c’erano tante, tante altre persone. Rimasti in mezzo al mare per giorni e giorni, mentre i governi europei discutevano su chi dovesse occuparsi di loro e i pescherecci di tutti i paesi del Mediterraneo facevano finta di niente. Morti uno ad uno, 73 cadaveri scivolati nel mare, anche quattro donne incinte, e i loro figlioletti nati prematuri e senza vita.

Non si è trattato di un incidente, ma di un omicidio indiretto e con moltissimi responsabili.

Non si è trattato di un caso isolato, ma solo di uno di quei pochi che emergono all’attenzione mediatica mentre infiniti altri rimangono nel silenzio.


ATTENZIONE !!!!

Ancora un respingimento collettivo verso la Libia.



Nella mattina del 24 novembre si è appreso dai notiziari Rai regionali che un gommone con 80 migranti che navigava in direzione di Lampedusa è stato intercettato in acque internazionali e ricondotto in Libia da due motovedette appartenenti al gruppo di imbarcazioni che nel mese di maggio l’Italia aveva donato alla guardia costiera libica, garantendo la formazione degli equipaggi e instaurando un comando centrale di coordinamento delle operazioni di respingimento, sulla base dei protocolli firmati a Tripoli nel 2007, poi finanziati dal Trattato di amicizia firmati da Berlusconi nell’agosto del 2008.
All’operazione di respingimento avrebbero partecipato anche due unità della marina maltese che avrebbe la competenza per il salvataggio ed il soccorso in quella zona del canale di Sicilia. Malta ha concluso da tempo un accordo con la Libia che prevede i respingimenti collettivi delle imbarcazioni cariche di migranti provenienti da quel paese ed adesso presta la sua fattiva collaborazione alle operazioni di respingimento disposte dal comando centrale italo-libico.

Un respingimento che rigetta verso le prigioni di Gheddafi, nelle mani di forze di polizia che sono ben note per gli abusi e la corruzione, ma con le quali i nostri agenti di collegamento collaborano quotidianamente, migranti che avrebbero avuto diritto ad entrare nel nostro territorio per presentare una domanda di asilo, come afferma anche la Corte di Cassazione che comprende nel diritto di asilo previsto dalla Costituzione anche il diritto di ingresso nel territorio.
Un respingimento delegato alle motovedette libiche, ma al quale hanno certamente partecipato, a livello di tracciamento e individuazione del gommone in rotta verso Lampedusa, anche la marina militare italiana, e la guardia di finanza, inserite nel sistema unico di coordinamento previsto dal protocollo d’intesa con la Libia richiamato nel Trattato di amicizia del 2008.

Nessun giornale, ancora una volta, darà notizia di questo respingimento, mentre uno spazio minimo viene dedicato dalla stampa locale all’arresto di cinque eritrei colpevoli di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni per essersi allontanati dal centro di accoglienza di Pozzallo, mentre altri naufraghi venivano arrestati con l’accusa di essere scafisti. Questo è il solo volto che l’Italia mostra oggi ai migranti, con la chiusura delle strutture e dei progetti di accoglienza e con l’inasprimento della sanzione penale dell’ingresso irregolare, l’univa via per entrare nel nostro paese per tante persone in fuga da guerre e persecuzioni.

2. Si continua a registrare dunque un silenzio tombale sulla questione dei respingimenti nelle acque internazionali del canale di Sicilia e dalle frontiere portuali dell’Adriatico. Nella gestione quotidiana dei rapporti tra Italia, Libia e Tunisia in materia di contrasto dell’immigrazione irregolare, le scelte maturate negli anni passati, talvolta anche sulla base di accordi di “solidarietà nazionale”, fino alla approvazione del Trattato di amicizia con la Libia, stanno coprendo di vergogna e di ridicolo il governo italiano e le autorità militari che ne eseguono gli ordini. Vergogna per le gravissime violazioni dei diritti umani, anche ai danni di minori e vittime di violenza, ridicolo per la evidente sproporzione tra l’enfasi degli annunci ed i risultati conseguiti, soprattutto quando si parla di “blocco” della rotta di Lampedusa. Una misura che se ha fatto diminuire in modo significativo il numero degli immigrati che annualmente entrano in Italia “senza documenti”, ha sbarrato la strada a migliaia di richiedenti asilo o altre forme di protezione internazionale, la maggior parte di quelli fino ad oggi arrivati a Lampedusa, in fuga dai lager di Gheddafi.

Ma questo, per Maroni , è un “successo storico”, un risultato del quale vantarsi.

Non è bastata neppure ad interrompere i respingimenti in acque internazionali la denuncia dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati che ha accusato la Marina militare di gravi abusi ai danni dei migranti recuperati nel Canale di Sicilia da unita militari battenti bandiera italiana, e dunque territorio nazionale, prima di riconsegnarli alle autorità libiche. Le autorità italiane si sono limitate a modificare le procedure ed a riconsegnare i naufraghi alle motovedette libiche ai confini delle acque territoriali, senza arrivare più a sbarcare i migranti entrando direttamente nel porto di Tripoli come avvenuto nei giorni 7 ed 8 maggio di quest’anno. Un caso nel caso, sul quale dovrà pronunciarsi adesso la Corte Europea dei diritti dell’uomo.

Anche le critiche tardive giunte dall’attuale opposizione sono state ignorate. Non si può dimenticare del resto, proprio alla luce di quanto sta facendo l’attuale governo italiano, un autentico massacro preordinato di esseri umani, che la collaborazione con la Tunisia e la Libia, con la esternalizzazione dei controlli di frontiera, ed il blocco a mare delle imbarcazioni dei migranti, risale a molti anni fa, e precisamente al 1998 con Napolitano come ministro dell’interno, autore dei primi accordi di riammissione con la Tunisia, e poi dal 2003 in poi con Prodi, presidente della commissione Europea e quindi capo del governo italiano nel 2006, sempre con l’appoggio di Napolitano, allora sostenitore degli accordi con la Libia, come documentato da un articolo del Corriere della sera del 19 settembre 2004, pochi mesi dopo il caso Cap Anamur, e appena qualche giorno prima dei respingimenti collettivi da Lampedusa verso la Libia, poi condannati dal Parlamento Europeo. Il governo Prodi non era riuscito neppure ad abrogare quell’infame decreto ministeriale del 14 luglio del 2003 che, in attuazione delle modifiche introdotte nel 2002 con la legge Bossi-Fini, prevedeva il “respingimento” delle imbarcazioni cariche di migranti “ verso i porti di provenienza”, una legalizzazione dei respingimenti collettivi vietati da tutte le convenzioni internazionali, oltre che una violazione palese dell’art. 10 della Costituzione italiana. Ed il Trattato di amicizia con la Libia è stato approvato nel febbraio del 2009 con il voto di quasi tutta l’attuale opposizione.

3. Gli attuali governanti italiani si sentono forti di un consenso elettorale “estorto” sull’onda della paura e dell’egoismo sociale, alimentando le peggiori fobie di una parte ( di fatto) minoritaria della popolazione, sfruttando le conseguenze di una crisi economica di cui sono i primi responsabili e che invece si vuole scaricare sugli ultimi arrivati. Ed adesso questi rappresentanti di un Italia sempre più chiusa e razzista, si sentono autorizzati a violare Costituzione, Convenzioni internazionali, ed anche Regolamenti Comunitari, come il Codice delle Frontiere Schengen del 2006, normativa vincolante nel nostro paese, ma elusa sistematicamente non solo nelle acque del Canale di Sicilia, ma anche alle frontiere portuali dell’Adriatico ( Venezia, Ancona, Bari, Brindisi) con i respingimenti “informali” di minori e potenziali richiedenti asilo verso la Grecia. I sondaggi valgono ormai più della Costituzione e degli impegni internazionali. E gli appelli del Presidente della Repubblica alla “coesione nazionale” rafforzano l’arroganza di chi gestisce la politica dei respingimenti sapendo di potere contare su una parte dell’opposizione che ha spianato la strada agli accordi di respingimento collettivo verso i paesi nordafricani.

Nelle acque del canale di Sicilia l’arretramento delle posizioni della Marina militare italiana, prima dislocata più a sud, anche in funzione di salvataggio dei barconi carichi di migranti, e il maggiore ambito di azione nelle acque internazionali, riconosciuto alle motovedette a bandiera libica ( ma a bordo non dovevano esserci anche militari italiani?) stanno chiudendo la via di fuga ai potenziali richiedenti asilo, ma stanno anche tagliando le possibilità di pesca e dunque di sopravvivenza dell’intera marineria di Mazara del Vallo, alla quale partecipano, tra gli altri, numerosi lavoratori tunisini. I militari libici si sono permessi una facile ironia, ricordando alcuni mesi fa agli ultimi pescatori mazaresi vittima di un sequestro, bloccati anche durante il viaggio di ritorno in Italia, che i mezzi che condurranno in futuro nei porti libici le unità da pesca italiane che dovessero essere sorprese a più di 73 miglia a nord del confine libico, saranno proprio le motovedette fornite dall’Italia alla Libia per contrastare l’immigrazione clandestina.

4. I respingimenti “informali” in acque internazionali, come la pratica delle “riammissioni” verso la Grecia, denunciata da tempo alle frontiere portuali dell’Adriatico violano il diritto a entrare o a rimanere ( se a bordo di una nave battente bandiera italiana) nel territorio italiano per il tempo necessario per l’accertamento dell’età, per il tempo necessario per l’esame della domanda di protezione internazionale, per verificare se comunque la persona si trova in una situazione di inespellibilità, alla quale va equiparato il divieto di respingimento (refoulement).

Le pratiche di respingimento da parte della polizia marittima, a terra come a mare, al di là della ambigua formulazione dell’art. 10 del T.U. sull’immigrazione del 1998, violano diverse disposizioni della Convenzione di New York sui diritti dell’infanzia del 1989, delle Direttive comunitarie in materia di accoglienza (2003/9/CE), di qualifiche (2004/83/CE) e di procedure di asilo( 2005/85/CE) relative ai richiedenti protezione internazionale, il Regolamento delle frontiere Schengen del 2006, oltre che le disposizioni interne di attuazione. Presto anche la Commissione Europea potrebbe aprire una procedura di infrazione a carico dell’Italia per la violazione reiterata del diritto comunitario in materia di asilo, protezione internazionale e controllo delle frontiere.

Ma le condanne più gravi arriveranno ( e in qualche caso sono già arrivate) dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. E’ bene che i nostri governanti sappiano che per quanto siano lunghi i tempi per la conclusione dei processi, queste condanne stabiliranno la responsabilità di mandanti politici ed esecutori militari, malgrado i tentativi dilatori posti in essere per eludere le richieste di informazione da parte della Corte. Potranno fare sparire i corpi delle vittime degli abusi, ma questo non potrà che aggravare le responsabilità di chi ritiene di potere violare impunemente la Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo.

Ma quello che è più grave, e che non si era mai verificato in precedenza, è che oggi viene messa in discussione dal governo italiano, oltre alla giurisdizione della CEDU, anche la stessa possibilità effettiva di presentare un ricorso individuale alla Corte di Strasburgo. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, seconda Sezione, il 18 novembre 2008, ai sensi dell’articolo 39 CEDU ha ravvisato la possibile violazione dell’art. 34 CEDU intimando allo Stato italiano di sospendere l’espulsione di un cittadino afghano verso la Grecia fino al 10 dicembre 2008 (CEDH-LF2.2R, EDA/cbo, Requete n°55240/08, M. c. Italie). Lo stesso diritto di ricorso effettivo viene negato ai migranti bloccati nelle acque del canale di Sicilia e riconsegnati alle motovedette libiche, esattamente come ai migranti afghani ed irakeni respinti “senza formalità” dalle frontiere portuali dell’Adriatico verso la Grecia.

Nelle concrete modalità di esecuzione delle misure di “riammissione” in Grecia ed in Libia si riscontra infine una violazione del divieto di espulsioni collettive (nelle quali vanno compresi anche i casi di respingimento collettivo) sancito dall’art. 4 del Protocollo 4 allegato alla Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’uomo. Lo stesso divieto è ribadito dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

Certo, si tratta di casi nei quali non è facile fornire prove documentali, e appunto per questo i respingimenti vengono effettuati “senza formalità”, e in ogni caso non è agevole trovare nei paesi di transito come la Libia o la Tunisia avvocati indipendenti, in modo da far sottoscrivere una procura per una denuncia o per un ricorso. Per questo sollecitiamo la responsabilità di tutte le agenzie internazionali preposte alla prevenzione, oltre che alla sanzione, delle violazioni dei diritti fondamentali della persona, che operano nei paesi di transito.

Di fronte alla gravità ed al ripetersi delle procedure di riammissione verso la Libia e la Grecia occorre individuare forme di rappresentanza collettiva delle tante vittime delle procedure amministrative di immediato respingimento verso i porti di provenienza che sarebbero eseguite ai sensi dell’art. 10 comma 1 del Testo Unico sull’immigrazione del 1998, una norma che dovrebbe essere spazzata via da un rigoroso controllo di costituzionalità.

Vanno costruiti rapporti con le famiglie delle vittime dell’immigrazione clandestina, anche al fine di garantire la prosecuzione dei processi davanti alle corti internazionali, una volta che i migranti, magari dopo avere fatto ricorso, vengano fatti sparire” dalle autorità di polizia, per cancellare gli abusi che sono stati commessi e sui quali stanno indagando i giudici internazionali.
Per queste ragioni spetta alle organizzazioni non governative ed alle reti nazionali dei migranti presenti in Italia, creare una rete diffusa sul territorio nazionale, ed anche nei paesi di origine e di transito, in modo da garantire un monitoraggio continuo, raccogliere la documentazione, diffondere le informazioni su quanto accade e ricorrere a tutti gli strumenti legali interni ed internazionali per denunciare quanto sta avvenendo alle frontiere marittime dell’Adriatico e nel Canale di Sicilia.

Questo articolo è stato scritto da : Fulvio Vassallo Paleologo, Università di Palermo pubblicato sul sito www.meltingpot.org


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giovedì 2 luglio 2009

Una legge per gli italiani che vogliono la sicurezza

Le “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica" scritte da governo e centrodestra sono state approvate oggi definitivamente dal Senato con 157 voti a favore, 124 contrari e 3 astenuti.

L’Italia avrà così una nuova legge che cambia molte regole sull’immigrazione, complicando la vita di tutti gli stranieri in Italia, siano essi clandestini o titolari di un permesso di soggiorno.

In aula le dichiarazioni che hanno preceduto il voto finale:

Federico Bricolo, della Lega Nord, esultava .
“Si cambia completamente rotta rispetto al passato, si abbandona per sempre il buonismo di Stato voluto dal centro sinistra. Non ci sarà più posto in questo Paese per gli immigrati che non si vogliono integrare, che infrangono le nostre leggi, che vivono di criminalità, che non rispettano la nostra storia, la nostra cultura e le nostre tradizioni. Dobbiamo aiutare prima la nostra gente. In questo momento, meno stranieri arrivano in cerca di un posto di lavoro meglio è”.


Maurizio Gasparri, capogruppo del Popolo della Libertà, ha parlato di
''una legge per gli italiani che vogliono la sicurezza". "
E' una parte fondamentale del programma del centrodestra, carcere più duro per i boss delle cosche, reato di immigrazione clandestina, sanzioni più severe per tutti i reati che allarmano i cittadini, più sicurezza, più certezza della pena. Per questo siamo al governo e siamo orgogliosi di aver portato questa legge al traguardo".


VERGOGNA!!!






" Nonostante la sua piccolezza

il mio cuore può accogliere
tutte le persone.
Perchè allora,
nonostante la grandezza di questo mondo,
esso non può accogliere
tutte le persone?"

tratto dalla poesia "Perchè" di Abd El Kader Guellali (algerino morto il 9 settembre 2005), pubblicata dal periodico gratuito di informazione della Sicilia sud orientale "ZOOM sicilia"

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mercoledì 17 giugno 2009

Abruzzo: tradite le aspettative

"Lo aveva promesso davanti alle bare dei nostri morti",


urlano più di duemila persone contro Berlusconi dalla piazza appena arriva la notizia che la Camera ha bocciato l'emendamento che estendeva il finanziamento totale da parte dello stato anche per la ricostruzione delle seconde case.


Un
sogno infranto, una delusione totale, un vero e proprio tradimento



"Che tradimento. Il governo e la maggioranza parlamentare hanno davvero tradito tutte le aspettative del nostro territorio. Mentre una delegazione era ricevuta dal Presidente della Camera Gianfranco Fini, che ci forniva assicurazioni sullo svolgimento di una discussione trasparente in Aula, senza il ricorso al voto di fiducia sul decreto, abbiamo appreso in diretta della pesante bocciatura degli emendamenti che avrebbero consentito di tradurre in legge quanto ci era stato promesso dal presidente del Consiglio Berlusconi”.

A dirlo è Stefania Pezzopane, la presidente della Provincia dell’Aquila

“Gli emendamenti bocciati per una piccola manciata di voti avrebbero consentito la ricostruzione delle case per i non residenti. È la prima volta che in un decreto per la ricostruzione post terremoto si assume come principio la distinzione tra diritti dei residenti e non. Un vero schiaffo al territorio, un’offesa insanabile per tutti gli aquilani. Una doccia fredda per chi oggi ha manifestato con coraggio, passione e perseveranza per difendere le prerogative del nostro territorio”.

Stefania Pezzopane lancia un messaggio chiaro all’informazione:Non voglio generalizzare – sottolinea – non tutta l’informazione va criticata ma nel complesso, tg e quotidiani, i grandi contenitori d’informazione non raccontano niente della realtà cruda del terremoto. Si assestano sulle dichiarazioni del governo. Che se corrispondessero al vero sarebbe bene parlarne ma non è così…” "non si assesti su quanto si cerca di far credere, tv e giornali vengano qui per raccontare la verità. La verità è che c’è tanta, troppa gente ancora nelle tende. Che viene sballottata da una parte all’altra. Dobbiamo affrettarci per riaprire le scuole? E con quali soldi? Il cambiamento di rotta promesso ed auspicato dopo questa tragedia non c’è stato…” ( trato da un articolo di Stefano Corradino)





Berluscò, non te fare revedè a l’Aquila, si leggeva su uno dei tanti cartelli.



Miss Kappa(Anna Colasacco) scrive: Eccomi di ritorno. Tante le cose da dire. I post lunghi non sono il mio forte. Cercherò di sintetizzare al massimo. A Roma c'eravamo, e non eravamo pochi. Più di duemila. E solo terremotati, ché la partecipazione esterna è stata del tutto irrilevante. Abbiamo capito che il problema, quando si tratta di esserci, è solo nostro. SEGUE


domenica 31 maggio 2009

La laurea honoris causa a uno che meriterebbe il carcere

La laurea honoris causa viene conferita dalle università a personalità che si sono distinte particolarmente e che, accettando il conferimento, ricevono e nello stesso tempo danno onore all’ateneo che li celebra.
Ebbene, l’Università di Sassari conferirà la laurea honoris causa in diritto, al Colonnello Gheddafi, AMICONE di Silvio Berlusconi, nonchè alleato nella politica di respingimento dei migranti messa in atto da Maroni.



La proposta viene dal professor Giovanni Lobrano, preside di Giurisprudenza, ed è stata approvata dal Consiglio di facoltà.

Giovanni Lobrano: "Il conferimento della laurea honoris causa al presidente Gheddafi da parte di una facoltà che si pone certamente in un contesto diverso da quelle islamico, contribuisce a un processo già in corso di dialogo e di conoscenza reciproca fra sistemi giuridici diversi ma convergenti nel Mediterraneo".

“Anche se ho proposto io la cosa e ho votato a favore - precisa il preside all’ADNKRONOS - e’ mia abitudine scientifica non attribuirmi meriti che non ho. Non posso definirla come una mia iniziativa ma sicuramente la proposta in facolta’ l’ho fatta io. Prima ne ho parlato con alcuni colleghi anziani e poi con il Magnifico rettore, Alessandro Maida. In particolare, ci siamo fatti carico di renderci conto se ci poteva essere una disponibilita’, una attenzione politico diplomatica per l’iniziativa. Poi veramente di piu’ non posso dire perche’ non si tratta di questioni personali di cui posso disporre. Su alcune cose sono veramente impegnato alla riservatezza”.

Insomma, Lobrano ammette che l’iniziativa non è interna alla facoltà, ma frutto di molti contatti in alto loco.

Del resto l’Italia si sta adeguando al sistema giuridico libico:
  • lo stesso trattamento indegno dei migranti
  • il non riconoscimento del diritto d’asilo
  • l'uso della tortura.
Rimandare i profughi in Libia significa riservare loro i diritti e le "libertà" del regime libico!

I 40 anni di regime del Colonnello Gheddafi, sono macchiati di sangue e gravi restrizioni delle libertà dei 6,3 milioni di cittadini libici.
A dirlo sono i rapporti sulla Libia firmati Amnesty International e Human Rights Watch, che parlano di prigionieri politici, di reati di opinione, di una diffusa impunità e di torture .

Nonostante la tortura in Libia è proibita dalla legge, di 32 detenuti libici intervistati da Human Rights Watch nel 2005, 15 erano stati torturati per estorcere confessioni poi utilizzate nei processi. Sarebbe pratica comune incatenare i detenuti per ore al muro, picchiarli con bastonate sulla pianta del piede, e sottoporli a scariche elettriche. Altre sevizie sarebbero le ferite inferte con i cavatappi sulla schiena, la rottura delle articolazioni delle dita, il versamento di succo di limone sulle ferite aperte, il tentato soffocamento con sacchetti di plastica, la privazione del sonno e del cibo, lo spegnimento di sigarette sulla pelle e la minaccia ravvicinata di cani ringhiosi.

La notizia ha fatto talmente scandalo che sta girando un appello tra i docenti contro la decisione dell'ateneo di Sassari.
Per aderire all'iniziativa, promossa dai Radicali, che sulla questione hanno anche presentato una interrogazione parlamentare, basta scrivere a info@radicali.it



Gheddafi visiterà l’Italia dal 10 al 12 giugno. Una tappa storica, che segna il riallineamento di Roma e Tripoli. Gheddafi parlerà di affari, ma anche e soprattutto di immigrazione, e di respingimenti in mare. Chi conosce quale destino attende gli emigranti e i rifugiati respinti al largo di Lampedusa e imprigionati nelle carceri libiche, non può rimanere indifferente e complice. Per questo siamo tutti invitati a manifestare il nostro dissenso, per non rimanere indifferenti, e per essere migliori di chi ci rappresenta.
Partecipiamo alla campagna nazionale :





venerdì 15 maggio 2009

Il governo " PRETENDE" di sapere il domicilio dei barboni

Tra le tante esaltanti misure del ddl sicurezza appena licenziato dalla Camera (le ronde, i sindaci sceriffi, il carcere per chi affitta ai clandestini…) ce n’è una davvero geniale:

presso il Viminale sarà istituito un Registro nazionale dei clochard.

Per loro, si legge nelle anticipazioni, viene stabilito anche l’obbligo di dimora. In base alla nuova norma i “clochard” che non avranno comunicato un domicilio all’anagrafe comunale non saranno “in regola”.

Cosa dovranno fare i nostri senz
atetto?


Comunicare qual è il numero civico delle panchine sulle quali sono costretti a vivere?

Quello che elegantemente alla francese viene battezzato come "clochard" è da noi più volgarmente conosciuto come "senzatetto" ("homeless" per gli inglesi), una persona senza fissa dimora. Un barbone. Questo lo distingue dal rom, il cosiddetto popolo nomade che, per definizione, pratica il nomadismo cioè una forma di mobilità (spesso voluta, talvolta forzata) per motivi economici e anche per tradizione storica e culturale.

Fare un Registro nazionale dei nomadi sarebbe difficile da realizzare. Un fascicolo troppo provvisorio e da aggiornare continuamente a seconda degli spostamenti (talvolta voluti, spesso forzati).

Istituire un Registro dei clochard è invece un'idea brillante, innovativa che solo alcune fulgide menti possono elucubrare.


Qualche anno fa ho partecipato a Natale ad una delle stupende (queste sì) iniziative promosse dalla Caritas per dare ai clochard un pasto caldo, in un luogo asciutto dove tanti giovani volontari dispensavano sorrisi sinceri. Mi ricordo di aver conosciuto Osvaldo, Pina, Luigina, Maria Concetta. E Agostino che ancora mi saluta, alzando gli occhi dalla coperta/cartone quando passo alla stazione Termini per andare a prendere il treno.

Ora che il ddl diventerà legge (nonostante le proteste di piazza di alcuni partiti e associazioni e di parte della Chiesa - quella parte che non fa notizia) Agostino si recherà all'anagrafe comunale. Lo farà puntualmente il lunedì mattina all'indomani dell'entrata in vigore.
Dopo una lauta colazione consumata sul marciapiede comunicherà la sua residenza abitativa: "seconda panchina a sinistra in piazza dei Cinquecento guardando l'ingresso della stazione ferroviaria dalla parte del parcheggio dei bus". Indicazione perfetta, millimetrica. Ma un funzionario scrupoloso, non pago della generica informazione gli chiederà ulteriori dettagli sulla fissa dimora. E il solerte Agostino procederà nella descrizione: "Panchina color grigio perla, finiture lignee laccate ma un po’ ombrate dalle intemperie, stile tardo neoclassico". Anzi ci ripenserà: "E' art nouveau, fine ottocento, primo novecento". Stile moderno, industriale ma fantasioso, di solito molto floreale. "L'appartamento è ammobiliato?" lo incalzerà lo zelante impiegato. "Semiammobiliato", risponderà pronto Agostino. "Di fatto c'è solo il letto. Per carità è comodissimo. Deve essere di quelli ortopedici perché ci sono le doghe. Un'unica pecca: il bagno è fuori. Come le case di una volta. Ma tanto ormai è estate..."
Agostino esce fiero dall’ufficio e torna nella sua confortevole abitazione. Senza numero civico ma con vista sulla grande piazza antistante la stazione. Prima di adagiarsi sulla sua panchina in legno massello scorge una pagina di giornale incastrata tra le doghe: nel “piano case” del governo è previsto un aumento delle cubature! “Stupendo”, esulta Agostino. “Magari mi costruisco il poggiapiedi”…

( di Stefano Corradino, pubblicato su http://www.articolo21.info/)


E' davvero questa la nostra politica?

Solo leggi, provvedimenti, dichiarazioni, che alimentano sempre di più questo clima di violenza, discriminazioni, intolleranza, insofferenza, razzismo, divisione , insicurezza...

Attenzione, chi ci governa è senza una briciola di umanità e minaccia di toglierci la nostra umanità.

venerdì 8 maggio 2009

"Li avete mandati al massacro, in quei lager stupri e torture"

Le lacrime di Hope e Florence per i disperati riportati in Libia: i nostri mesi all’inferno

da Repubblica.it dell’8 maggio 2009

di Francesco Viviano
Il racconto. Tra le reduci del Pinar: meglio morire che tornare lì "Voi italiani siete buoni, come potete fare una cosa del genere?"

"Li hanno mandati al massacro. Li uccideranno, uccideranno anche i loro bambini. Gli italiani non devono permettere tutto questo. In Libia ci hanno torturate, picchiate, stuprate, trattate come schiave per mesi. Meglio finire in fondo al mare. Morire nel deserto. Ma in Libia no". Hanno le lacrime agli occhi le donne nigeriane, etiopi, somale, le "fortunate" che sono arrivate a Lampedusa nelle settimane scorse e quelle reduci dal mercantile turco Pinar. Hanno saputo che oltre 200 disgraziati come loro sono stati raccolti in mare dalle motovedette italiane e rispediti "nell’inferno libico", dove sono sbarcati ieri mattina. Tra di loro anche 41 donne. Alcuni hanno gravi ustioni, altri sintomi di disidratazione. Ma la malattia più grave, è quella di essere stati riportati in Libia. Da dove "erano fuggite dopo essere state violentati e torturati. Non solo le donne, ma anche gli uomini".

I visi di chi invece si è salvato, ed è a Lampedusa raccontano una tragedia universale. La raccontano le ferite che hanno sul corpo, le tracce sigarette spente sulle braccia o sulla faccia dai trafficanti di essere umani. Storie terribili che non dimenticheranno mai. Come quella che racconta Florence, nigeriana, arrivata a Lampedusa qualche mese fa con una bambina di pochissimi giorni. L’ha battezzata nella chiesa di Lampedusa e l’ha chiamata "Sharon", ma quel giorno i suoi occhi, nerissimi, e splendenti come due cocci di ossidiana, erano tristi. Quella bambina non aveva un padre e non l’avrà mai.

"Mi hanno violentata ripetutamente in tre o quattro, anche se ero sfinita e gridavo pietà loro continuavano e sono rimasta incinta. Non so chi sia il padre di Sharon, voglio soltanto dimenticare e chiedo a Dio di farla vivere in pace". Accanto a Florence, c’è una ragazza somala. Anche lei ha subito le pene dell’inferno. "Quando ho lasciato il mio villaggio ho impiegato quattro mesi per arrivare al confine libico, e lì ci hanno vendute ai trafficanti e ai poliziotti libici. Ci hanno messo dentro dei container, la sera venivano a prenderci, una ad una e ci violentavano. Non potevamo fare nulla, soltanto pregare perché quell’incubo finisse". Raccontano il loro peregrinare nel deserto in balia di poliziotti e trafficanti. "Ci chiedevano sempre denaro, ma non avevamo più nulla. Ma loro continuavano, ci tenevano legate per giorni e giorni, sperando di ottenere altro denaro".

Il racconto s’interrompe spesso, le donne piangono ricordando quei giorni, quei mesi, dentro i capannoni nel deserto. Vicino alle spiagge nella speranza che un giorno o l’altro potessero partire. E ricordano un loro cugino, un ragazzo di 17 anni, che è diventato matto per le sevizie che ha subito e per i colpi di bastone che i poliziotti libici gli avevano sferrato sulla testa. "È ancora lì, in Libia, è diventato pazzo. Lo trattano come uno schiavo, gli fanno fare i lavori più umilianti. Gira per le strade come un fantasma. La sua colpa era quella di essere nero, di chiamarsi Abramo e di essere "israelita". Lo hanno picchiato a sangue sulla testa, lo hanno anche stuprato. Quel ragazzo non ha più vita, gli hanno tolto anche l’anima. Preghiamo per lui. Non perché viva, ma perché muoia presto, perché, finalmente, possa trovare la pace".

Le settimane, i mesi, trascorsi nelle "prigioni" libiche allestite vicino alla costa di Zuwara, non le dimenticheranno mai. "Molte di noi rimanevano incinte, ma anche in quelle condizioni ci violentavamo, non ci davano pace. Molti hanno tentato di suicidarsi, aspettavano la notte per non farsi vedere, poi prendevano una corda, un lenzuolo, qualunque cosa per potersi impiccare. Non so se era meglio essere vivi o morti. Adesso che siamo in Italia siamo più tranquille, ma non posso non stare male pensando che molte altre donne e uomini nelle nostre stesse condizioni siano state salvate in mare e poi rispedite in quell’inferno, non è giusto, non è umano, non si può dormire pensando ad una cosa del genere. Perché lo avete fatto?".

"Noi eravamo sole, ma c’erano anche coppie. Spesso gli uomini morivano per le sevizie e le torture che subivano. Le loro mogli imploravano di essere uccise con loro. La rabbia, il dolore, l’impotenza, cambiavano i loro volti, i loro occhi, diventavano esseri senza anima e senza corpo. Aiutateci, aiutateli. Voi italiani non siete cattivi. Non possiamo rischiare di morire nel deserto, in mare, per poi essere rispediti come carne da macello a subire quello che cerchiamo inutilmente di dimenticare". Hope, 22 anni, nigeriana è una delle sopravvissute ad una terribile traversata. Con lei in barca c’era anche un’amica con il compagno. Viaggiavano insieme ai loro due figlioletti. Morirono per gli stenti delle fame e della sete, i corpi buttati in mare. "Come possiamo dimenticare queste cose?". Anche loro erano in Libia, anche loro avevano subito torture e sevizie, non ci davano acqua, non ci davano da mangiare, ci trattavano come animali. Ci avevano rubati tutti i soldi. Per mesi e mesi ci hanno fatto lavorare nelle loro case, nelle loro aziende, come schiavi, per dieci, venti dollari al mese. Ma non dovevamo camminare per strada perché ci trattavano come degli appestati. Schiavi, prigionieri in quei terribili capannoni dove finiranno quelli che l’Italia ha rispedito indietro. Nessuno saprà mai che fine faranno, se riusciranno a sopravvivere oppure no e quelli che sopravviveranno saranno rispediti indietro, in Somalia, in Nigeria, in Sudan, in Etiopia. Se dovesse accadere questo prego Dio che li faccia morire subito".


Questa notte non ho chiuso occhio, ho pensato a tutte quelle persone che manifestavano davanti alla clinica dove era ricoverata Eluana Englaro, sostenendo "La vita a tutti i costi", gli antiabortisti, i comitati per la vita.


Ho pensato a tutti i ferventi cattolici che la sera prima di addormentarsi, ringraziano il loro DIO per ciò che gli ha dato ( che non è certo il Dio della misericordia)


Ho pensato al Papa e alla sua chiesa misericordiosa dei "poveri, degli ultimi, dei siamo tutti fratelli"


Ho pensato a tutte quelle persone che hanno votato questi politici affidando loro il ruolo di "angeli custodi", cosicchè la sera possono dormire sonni tranquilli al riparo dalla minaccia dello straniero.


Ho pensato a tutti i politici (
nessuno escluso) che si trovano seduti sui banchi della maggioranza, che permettono, l'approvazione di leggi inique, scandalose, inumane, razziste, assassine da dittature del terzo mondo.

Ho pensato....VI DISPREZZO CON TUTTE LE MIE FORZE. FATE SCHIFO TUTTI!!!!!!

giovedì 30 aprile 2009

Parola d'ordine: Isolare le voci scomode

Pino Maniaci conduce il telegiornale di Telejato, una emittente di Partinico in provincia di Palermo. Ha denunciato più volte la mafia. E' stato picchiato, minacciato di morte, hanno tentato di strangolarlo e gli hanno bruciato la macchina.
E' stato denunciato per abuso della professione giornalistica.
Un tempo chi raccontava la verità in Sicilia veniva fatto fuori fisicamente: Mario Francese, Mauro Rostagno, Beppe Alfano, Pippo Fava, Giuseppe Impastato, Mauro De Mauro, Cosimo Cristina, Giovanni Spampinato.
Oggi ci sono altri sistemi, sicuramente meno eclatanti, ma altrettanto pericolosi; si cerca di delegittimare ed isolare le voci scomode. Si tratta di sistemi usati da una mafia che è sempre più inserita nel contesto imprenditoriale ed istituzionale del Paese.

Ma Pino Maniaci è sotto pressione su due versanti: uno hard, relativo alle minacce che provengono dalla mafia militare, in un contesto di riorganizzazione mafiosa del territorio. L'altro, apparentemente più soft, sembra collegato all'impazienza di coloro che vogliono spegnere i microfoni di Tele Jato con l'astuzia, senza aspettare nemmeno che si abbassi l'attenzione dei media nazionali.
Intanto la solidarietà è stata massiccia, da parte della società civile e anche da parte della politica, senza distinzioni tra destra e sinistra.
De Magistris esprime così la sua vicinanza a Pino Maniaci:
"Un uomo coraggioso e libero che incarna i valori costituzionali della manifestazione libera del pensiero e che fa della lotta alla mafia la ragione fondante del suo impegno professionale. La sua lotta alla criminalita' organizzata lo ha gia' reso bersaglio delle piu' ignobili vendette mafiose. Pino non mollare!".
Sonia Alfano invece ricorda che "nella stessa condizione si trovava anche mio padre che, pur essendo oggi riconosciuto come uno dei più grandi giornalisti antimafia, non era iscritto a nessun albo. A Pino va tutta la mia personale solidarietà ed il mio invito a continuare a svolgere il suo mestiere con la consapevolezza di avere noi, e moltissimi altri, dalla sua parte”.

Beppe Grillo scrive invece sul suo sito:
"E' chiaro che non è un giornalista. Maniaci ha rifiutato di iscriversi all'albo dei giornalisti. Si sarebbe trovato in compagnia di Riotta, Belpietro, Fede, Giordano. E' uno che ci tiene alla sua reputazione. In Italia chi racconta la verità è un giornalista abusivo".
Pino ha ricevuto più di 250 querele per cose che ha detto e "non doveva" dire e questa "nuova" denuncia alla fine poi così nuova non è. Un pò di tempo fa è stato infatti assolto con formula piena dallo stesso reato e oggi sottolinea:
Abusivo io? Abusivi sono tutti quelli che pur essendo iscritti all’ordine dei giornalisti sono impegnati a servire i potenti di turno. Se questo e’ il mestiere, quella tessera preferisco non averla”.
FONTE:500firme.blogspot.com


Aggiungo che è l'unico ad aver filmato l'arresto di Lo Piccolo, immagini di repertorio che poi ha regalato a tutte le testate Rai.
Tutti i giornalisti hanno parlato di lui riempendo colonne e colonne sulla sua bravura e sul suo coraggio.

Poi arriva la denuncia.
Secondo l'accusa : "con più condotte, poste in essere in tempi diversi ed in esecuzione del medesimo disegno criminoso", avrebbe esercitato abusivamente l’attività di giornalista in assenza della speciale abilitazione dello Stato.
Per questo motivo, l'ordine dei giornalisti della regione Sicilia,invece di schierarsi dalla parte di Pino, minacciato più volte di morte, gli si mette contro costituendosi parte civile contro "un' antimafioso non autorizzato".


E pensare che il presidente dell’Ordine dei giornalisti siciliano, Franco Nicastro, faceva queste dichiarazioni il giorno dopo l’ultimo attentato ai danni di Pino Maniaci:

"Ormai è intollerabile il livello delle pressioni e delle intimidazioni contro chi si ostina a fare un’informazione libera nella trincea siciliana. La catena interminabile dei messaggi criminali è un attacco alla libertà di stampa che va fermamente respinto. La storia del giornalismo siciliano ha già scritto pagine indimenticabili ma di fronte allo stillicidio impunito delle attenzioni minacciose è necessaria una forte mobilitazione dei giornalisti, del mondo della cultura e della società civile. Agli organi investigativi va anche rivolto un appello perché si faccia una volta per tutte chiarezza su tanti episodi allarmanti".
Parole, parole...predica bene e razzola male!

Il processo è stato fissato davanti al giudice monocratico di Partinico il prossimo otto maggio.




E che dire di Piera Aiello , sono trascorsi 23 giorni e ancora nessun esponente dello Stato ha sentito l'esigenza di dire una sola parola di conforto.
Ma com' è possibile che una Testimone di Giustizia venga ignorata da tutti: servizio centrale di protezione, commissione, sottosegretario agli interni Mantovano, Prefetto della località nota alla mafia e perfino dal Presidente della Repubblica.

Alla Cortese Attenzione de

IL PRESIDENTE della REPUBBLICA

On. Giorgio NAPOLITANO

SEDE ISTITUZIONALE

Quirinale

00100 R O M A RM

Egregio Signor Presidente,

Chi Le scrive è Piera Aiello, tra le prime Testimoni di Giustizia contro la mafia, con Rita Atria, mia cognata, morta suicida per assenza dello Stato.Imparentata giovanissima e forzosamente alla famiglia mafiosa degli Atria di Partanna, decisi di rompere con quel mondo - e con qualsiasi connivenza omertosa che esso cercava di impormi e pretendeva di poter esigere da me come da chiunque essi ritenessero “appartenesse”, come cosa priva di anima e capacità di determinazione, alla medesima famiglia - dopo l’omicidio, davanti ai miei occhi, di mio marito.Egli era un personaggio violento che intendeva vendicare autonomamente ed illecitamente l’omicidio di suo padre; ma che trovò killer spietati a precederlo in quella ansia di faida sanguinaria. Fuggii da quel mondo con la mia piccola bimba Vita Maria, senza sapere a cosa andavo incontro né come avrei potuto vivere. Mi spingeva solo il desiderio di vivere una vita piena del “fresco profumo di Libertà” (come diceva Paolo Borsellino), quale ne fosse il prezzo da pagare.Ebbi la fortunata ventura di incontrare, su questo mio percorso di rottura con tutto il mondo criminale che quella famiglia impersonava, il Giudice Borsellino dal quale tanto sia io che mia cognata Rita Atria – che mi aveva seguito nella difficile scelta di Testimone di Giustizia – abbiamo ricevuto lezioni di vita ed umanità profondissime.Il dolore per l’omicidio del Magistrato e la sensazione di essere stata lasciata dallo Stato in qualche misura sola di fronte alla cupa vendetta che ogni mafia giura ai propri nemici, condusse Rita al terribile gesto del suicidio. Le nostre comuni scelte nel frattempo avevano già condotto in carcere molti dei personaggi criminali di cui avevamo rivelato le illecite attività.Io ho cercato testardamente di vivere e tornare a vivere, pur condannata ad una condizione da “profuga” priva di identità, strappata dalle proprie radici affettive e territoriali, costretta in “località segreta” e priva di un’efficace e continuativa presenza dello Stato.Ho avuto non poche, e sempre documentate, tensioni con i rappresentanti dello Stato responsabili dei programmi di protezione, a causa delle condizioni in cui veniamo spesso costretti noi – pochi – Testimoni di Giustizia: ciascuno con il suo personale calvario di vite sconvolte, di restrizioni, di misure di sicurezza “fatiscenti” e di una assenza praticamente totale di qualsiasi vero progetto di reinserimento sociale. Spesso ho dovuto lamentare, e con me altri Testimoni di Giustizia, che noi siamo stati trattati dallo Stato molto peggio e con minor rispetto di quanto non venga riservato invece ai cosiddetti – tanti – pentiti, che hanno saputo lucidamente lucrare anche sulla propria dissociazione – tardiva e tuttavia supinamente assecondata dallo Stato in ogni sua pretesa – dal crimine cui avevano ampiamente partecipato.

Ho voluto ciò nonostante ricostruire caparbiamente una mia vita personale fatta di affetti e di relazioni e di un lavoro che mi ridesse dignità di cittadina. Grazie al lungo legame con l’Associazione Antimafie “Rita Atria” che dall’anno scorso mi onoro di presiedere, ho incontrato amici per me importanti che sono stati il mio ponte verso la mia Terra: la Sicilia.

Grazie a queste relazioni ho potuto non rimanere cementata in una sorta di cadaverica “vita inesistente” in cui a qualche funzionario piacerebbe costringere questi scomodi ed insopportabili Testimoni di Giustizia, e sono riuscita a rimanere Testimone ancor più per gli ordinari Cittadini che non per lo Stato, perché le dure scelte di vita pagate da Rita, da me e da ogni altro Testimone di Giustizia potessero essere di stimolo ed esemplarità possibile e a volte doverosa anche per altri e non rimanere relegate in spazi di personalismi cui si possa rimanere impunemente indifferenti.In questo percorso lo Stato è rimasto spesso amaramente assente, se non ha addirittura cercato – a causa di funzionari e politici per nulla sensibili e consapevoli dei drammi umani che si consumavano in ciascuna delle nostre vite – di costruire artificiose condizioni di ostacolo, negazione ed umiliazione del Testimone. Sono documentati, purtroppo, i poderosi scontri che ho dovuto sostenere con funzionari e sottosegretari, scontri che ho potuto reggere e sopportare solo grazie alla assistenza professionale ed umana del mio legale ed al calore ed affetto umano dei miei amici della Società Civile.

Pensi, Sig. Presidente che per lunghi periodi sono stata costretta ad utilizzare il Codice Fiscale di una carissima amica, che ho dovuto iscrivere mia figlia a scuola dicendo chi ero perché a Roma si erano dimenticati che avevo una bambina (se lo sono ricordato quando mia figlia era già in terza elementare) per i ritardi e la insensibilità dell’Ufficio Protezione. E non Le dico altro (come le vicende di proposte ignobili di compensazione dei beni posseduti), poiché tutto è documentato in atti, se mai Lei, o chiunque altro, volesse fare opportune verifiche.Ma nonostante queste incredibili difficoltà ho sempre avuto un profondo rispetto per le Istituzioni (nel ricordo tragico ed esemplare del Giudice Borsellino), fino a maturare un grande affetto per gli uomini – poliziotti e carabinieri – deputati a garantire la sicurezza personale, mia e dei miei familiari, nelle varie circostanze di movimento e di copertura. Anche loro esposti, con me e per me, al maggior pericolo per inefficienze e irrazionalità istituzionali.Ho sempre avuto coscienza che in tutte le Istituzioni vi sono uomini e donne che consumano le proprie vite per testimoniare l’esistenza e la nobiltà dello Stato accanto ad ogni Cittadino che intenda giocarsi per la Legalità Democratica, ma anche che al contempo vi sono altresì personaggi a dir poco sconcertanti. E gli angeli, sig. Presidente, talvolta sembrano davvero essere una piccola minoranza rispetto ai demoni.

Oggi, purtroppo, devo infatti registrare un ulteriore drammatico colpo alla mia volontà di poter credere allo Stato ed agli uomini dello Stato, poiché di fatto la mia “copertura” è saltata per colpa o superficialità e presuntuosa supponenza proprio di due uomini delle forze dell’ordine (per l’esattezza dell’Arma dei Carabinieri), anche se estranei (meno male) ai “Servizi di Protezione Testimoni”.

Nel documento allegato, e che intendo diffondere qualora non ci fossero immediate e coerenti risposte dello Stato a questa situazione kafkiana, Lei troverà tutto lo sconcertante percorso che ha determinato lo scempio di una realtà pur incerta e faticosamente costruita. Due uomini con scarsa sensibilità (c’è da sperarlo, per non dover credere ad una astuta e mimetizzata volontà di favorire piuttosto coscientemente i miei criminali avversari e potenziali attentatori) hanno sciupato forse irrimediabilmente un duro e sofferto percorso di ricerca di sicurezza e stabilità.Io non so come e cosa sarà possibile ricostruire, a partire da questa nuova condizione. Forse dovrà cambiare comunque il modo stesso di pensare alle condizioni di vita dei Testimoni di Giustizia e della cultura della Sicurezza che lo Stato dovrebbe garantire. Ma quali che siano i futuri scenari del rapporto tra lo Stato e questa Testimone di Giustizia, io credo fermamente che sarebbe comunque necessario che i due uomini di stato in questione rispondessero pienamente, severamente, formalmente e pubblicamente del loro comportamento.Io, ancora una volta, non posso e non voglio che aspettare Giustizia. Vede, Sig. Presidente, noi Testimoni possiamo solo contribuire a fare Verità, perché mai più di ora è solo lo Stato ad essere chiamato e ad avere gli strumenti per fare Giustizia. La sola Verità senza Giustizia è solo la pia illusione di una condizione umana e dignitosa di convivenza civile. Ma la sola Giustizia privata della Verità è solo la finzione di un potere che intenda esercitare le sue prerogative per il proprio esclusivo tornaconto e contro il Diritto dei Cittadini ed in spregio della Verità.Se mi sono decisa a scrivere alla Sua Persona ed alla Sua Alta Magistratura è perché la stima per l’Uomo oggi Presidente della Repubblica e la testarda fiducia nelle Istituzioni dello Stato, mi fanno sperare che sappiano esserci interventi Istituzionali in grado di evitare allo Stato la umiliazione di essere pubblicamente discreditato per responsabilità personali di uomini indegni se non ignobili.

Attendo dunque fiduciosa un Suo cenno, Sig. Presidente, se lo riterrà opportuno e legittimo, nell’ambito delle prerogative del Capo dello Stato, per essere confortata piuttosto che rassicurata. Infatti nella mia convinzione che sia giusto essere pronti e disponibili a pagare dei prezzi altissimi per la personale, connaturale e consapevole scelta di dissociazione da ogni tentazione di collusione alla cultura criminogena e criminale imperante, è altrettanto giusto che questi prezzi non siano dovuti alla stoltezza di alcuni indegni uomini delle forze dell’ordine.Lei saprà, nel caso volesse dare risposta (quale essa sia) a questa mia lettera, come e attraverso quali percorsi e quali funzionari, farmi giungere il Suo atteso messaggio di conforto e di rinnovo di speranza nella Dignità Costituzionale di questo Paese. Speranza ridotta oggi, mio malgrado mi creda, al lumicino.

Con profondo rispetto e non celata speranza, La saluto da Cittadina Democratica e Donna Antimafia dal fronte della Verità, in attesa di Giustizia.

Piera Aiello


Ma quando vi occuperete di Piera Aiello, quando sarà morta? Perchè abbandonate chi sceglie da vivo di resistere? Ripeto: Se onorare i morti è un dovere, proteggerli da vivi lo è ancora di più.

Stato se ci sei...fatti sentire!
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lunedì 27 aprile 2009

Tornano in libertà gli emigrati detenuti nel Cie di Lampedusa.

Tornano in libertà gli emigrati tunisini e marocchini detenuti da fine dicembre nel Centro di identificazione e espulsione di Lampedusa.




Il decreto 11/2009 che ne aveva autorizzato il trattenimento oltre i 60 giorni previsti per legge (fino a un massimo di sei mesi)
è scaduto infatti il 26 aprile e la legge di conversione approvata dal Parlamento ha bocciato la norma che prolungava i termini di detenzione.

Con la scadenza del decreto legge , usciranno esattamente 1.038 detenuti del Centro di identificazione e espulsione ( Cie) di Lampedusa.


Per Maroni questo costituisce
un vero e proprio indulto.

Ma di indulto, riguardo la liberazione dei migranti sbarcati a Lampedusa e detenuti in diversi CIE italiani, non si può proprio parlare perché il reato di immigrazione clandestina non è stato ancora introdotto nel nostro ordinamento ed il disegno di legge 733 che lo prevede, è ancora lontano dalla approvazione definitiva. A meno che qualcuno non voglia ancora riprovarci a colpi di decreto legge. Di certo, quando sarà introdotto il reato di immigrazione clandestina, tutti questi parziali insuccessi del governo (più che successi di una opposizione che si stenta a vedere) saranno riassorbiti da una nuova disposizione legislativa che sancirà definitivamente la criminalizzazione di tutti gli immigrati irregolari. Persino la probabile rinuncia alla norma che abolisce il divieto di segnalazione degli irregolari che si rivolgono alle strutture di cura, si trasformerà per l’opposizione in una vittoria di Pirro. Su tutti gli “incaricati di pubblico servizio”, negli ospedali come nelle scuole, potrebbe scattare l’obbligo di denunciare chiunque non sia in regola con il permesso di soggiorno. Per questo rischio gravissimo, adesso, occorre moltiplicare ancora le forze per contrastare, in Parlamento e nel paese, la introduzione del reato di immigrazione clandestina e l’approvazione finale del disegno di legge sulla sicurezza.
(Tratto da:Cattiveria verso i migranti e consenso politico - Dopo i fallimenti del governo, le proposte per cambiare di Fulvio Vassallo Paleologo)

Intanto i trasferimenti sono iniziati già da mercoledì 22 aprile con 121 persone portate in aereo a Roma e a Crotone e da lì rilasciati con un foglio di via.
Il 23 aprile altre 140 persone sono partite da Lampedusa dirette ai centri di Gorizia, Milano e Trapani.
E il 24 sono partiti ulteriori voli.
Quanto accaduto mostra l’inutilità del prolungamento della detenzione nei Cie. Quattro mesi di detenzione non sono stati sufficienti per identificare e rimpatriare queste persone. Mentre soltanto nella settimana passata sono stati rimpatriati 157 cittadini egiziani, nigeriani e algerini recentemente sbarcati a Lampedusa. Evidentemente il problema è la mancata collaborazione dei Paesi di origine e non la durata del trattenimento.

  • Però quanto è costato alle casse dello Stato il trattenimento di 700 cittadini stranieri per quattro mesi nel Cie di Lampedusa?
  • E quanto è costato in termini di danni morali a ognuno dei detenuti, costretti a vivere in condizioni indegne, e alcuni addirittura pestati " senza pietà" dalla polizia (leggi) , la giornata dell’incendio, il 18 febbraio?
  • E quanto costerà adesso all’Italia – in termini di mancate entrate tributarie – il lavoro nero cui saranno obbligati parte dei migranti rimessi in libertà? O meglio, rimessi in clandestinità...

Ad ogni modo molti a quest’ora avranno già lasciato l’Italia
(
finalmente liberi, per loro fortuna !)

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