Ascoltate Josè Saramago intervistato da Serena Dandini

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venerdì 25 giugno 2010

Arrivano le caporali

Nelle campagne siciliane il fenomeno del caporalato si tinge di rosa.
Sono donne che gestiscono altre donne, guadagnano 5 mila euro l’anno in più e lavorano sette giorni su sette, per conto del datore di lavoro.
Il comune capofila è
Rosolini, 20 mila anime nel siracusano agricolo, tra Cassibile e Pachino.
Il metodo è quello ereditato dai colleghi uomini.
La mattina delle caporali inizia alle quattro. Un pulmino carica 20 ragazze di origine rumena per portarle nei campi a raccogliere i fantomatici pomodorini di Pachino o le zucchine nei tunnel, piccole serre alte 80 centimetri. In casi di maltempo però si rivolgono ingenuamente al sindacato per chiedere assistenza.

“E’ venuta una ragazza - racconta Enzo Pirosa segretario della Flai rosolinese - che voleva aiuto perché le braccianti dell’est non volevano lavorare a causa della pioggia. Ha raccontato di avere affittato una casa dove le ospitava. Siamo intervenuti e bloccato lo sfruttamento. La paura però è che oltre a questo vi fosse altro. C’è una certa ingenuità nel
le caporali che, in balia dello sfruttatore, per 5 o 6 mila euro in più l’anno diventano delle sfruttatrici nei confronti delle colleghe”.

Le donne sono le nuove protagoniste della filiera agroindustriale siciliana, dalla raccolta al packaging rappresentano l’anello fondamentale della fascia trasformata. E spesso allietano anche le serate di padroncini e amici produttori.

A Vittoria
, nel ragusano, terra rossa e di lotte contadine, sono in voga i “festini agricoli”.

Sono serate - spiega don Beniamino Sacco che gestisce il centro di accoglienza per 70 migranti - dove il datore di lavoro, insieme ai suoi amici aiuta ad arrotondare il cachè delle lavoratrici che, per otto ore di lavoro, guadagnano fino a 20 euro, con la serata arrotondano a 30. Sono veri e propri fenomeni di abuso. Una prestazione di natura sessuale aggiunge 10 euro alla giornata. Si tratta di un fenomeno difficile da quantificare - conclude - quello visibile è circa il 15 per cento”. Le donne di origine rumena a Vittoria sono circa 2500, mentre i migranti sono 12 mila, di cui 8 mila impiegati nelle campagne della cosiddetta fascia trasformata che va da Vittoria a Cassibile e comprende le due province di Ragusa e Siracusa.


E’ discordia tra patate e pomodori


L’immigrazione è un fenomeno stanziale nel sud est della Sicilia. La sola Rosolini ospita 820 lavoratori stranieri residenti, la percentuale più alta è quella marocchina (459), mentre i rumeni sono 98. Avola, Pachino, Portopalo, Ispica, Scicli su 8500 lavoratori agricoli contano 3 mila lavoratori migranti regolari. A questi però vanno aggiunti i lavoratori a cui non viene rinnovato il contratto di lavoro e, a causa della Bossi- Fini, alimentano la manodopera irregolare. Il lavoro nero è stimabile tra il 35-40 per cento. “C’è un fenomeno nuovo - dice Monia Gangarossa del Forum per l`immigrazione di Vittoria - per cui i magrebini stanno perdendo il proprio posto di lavoro perché
i proprietari delle aziende prediligono i rumeni e le rumene che costano meno, in media 15-20 euro, e non hanno il problema del permesso di soggiorno. La comunità tunisina al contrario è strutturata, ma negli ultimi dieci mesi hanno perso il posto di lavoro. Attraverso il Forum vorremmo anticipare lo scoppio di un conflitto sociale”.

Il contrasto tra migranti del maghreb e neocomunitari caratterizza tutta la fascia produttiva delle due province siciliane. “Sono senza lavoro da dicembre - racconta Aziz di Casablanca che dorme nella tendopoli di Cassibile -. Vivo a Ragusa dal ’90 e ho sempre lavorato in un`azienda di Modica che lo scorso inverno mi ha licenziato perché parlavo troppo. Mi pagava 42 euro al giorno, ma il salario mi arrivava un mese sì e uno no. Ho una famiglia numerosa e quindi ho chiesto un pagamento più regolare. Così mi ha buttato fuori e preso un altro lavoratore rumeno. Per questo sono costretto a venire a Cassibile, ma fino ad ora ho lavorato solo due volte”.

Per raccogliere 500 quintali di patate, ad esempio, ci vogliono trenta operai, se la produzione della patata peggiora per raccoglierla ci vogliono 50 persone. La giornata lavorativa di otto ore, per un magrebino, è retribuita da 35 a 50 euro. Se per i lavoratori regolari è prassi, per gli irregolari i salari minimi, garantiti dal contratto, rappresentano una chimera. I lavoratori più vulnerabili sono quelli senza contratto. Ricattabili e senza diritti vivono sulla propria pelle la selezione dei caporali che, ogni mattina alle 5, raccolgono braccia da sfruttare nei campi. I caporali eseguono gli ordini degli imprenditori e ricevono 35 euro per gli operai da impiegare.

I lavoratori scelti versano tre euro per il trasporto e cinque per l’ingaggio. Molti lavorano anche la domenica. Sono soprattutto marocchini senza contratto, partono con i camion per i mercati di Siracusa e di Catania. Aija è sudanese, 26 anni, per lo Stato è un clandestino e non gli è permesso dormire nella tendopoli della Croce Rossa. I braccianti agricoli, senza permesso di soggiorno, rappresentano una risorsa per molti imprenditori che abbattono il costo del lavoro.

"Vivo in un casolare a pochi chilometri dal centro di Cassibile - racconta Aija -. Siamo in 40 e dormiamo in quattro stanze. I materassi sono a terra, ma abbiamo anche una cucina. Per lavorare nei campi ci pagano 30 euro al giorno, dalle sei alle due del pomeriggio". Se Aija avesse un permesso di soggiorno le sue braccia costerebbero almeno 20 euro in più. Il prezzo delle patate si è dimezzato nel corso del 2009 e di conseguenza anche la presenza straniera che “quest’anno arriva a 350 - dice Gianpaolo Crespi della Rete Antirazzista - di questi 150 dormono nella tendopoli. Al di fuori del campo, c’è una realtà che molti non vedono”.

La tendopoli è il frutto di un protocollo tra Prefettura, sindacati, associazioni ed enti locali e prevede, inoltre, che i datori di lavoro diano un alloggio al lavoratore. All’interno del campo possono alloggiare soltanto gli stranieri regolari. I volontari della Croce Rossa registrano i nomi. L’accesso al campo è sottoposto a regole ferree, per entrare o uscire i migranti devono presentare il tesserino di riconoscimento assegnato loro nel momento della prima registrazione. Chi non ha il permesso di soggiorno non può essere ospitato e trova rifugio tra le campagne circostanti, nei cascinali abbandonati.


Da Mantova a Rosolini per essere competitivi


Dal 1984 un’azienda agricola del mantovano promette qualità, genuinità e garanzia. A pagare il caro prezzo delle tre promesse commerciali sono, però, i lavoratori. E non quelli impiegati nella sede del mantovano, ma gli stranieri delle serre-tunnel del Siracusano.
A Pachino l’azienda venuta dal Nord lavora da molti anni. A sentire i migranti che ci lavorano i loro diritti rappresentano un costo accessorio. "Mi pagano 40 euro al giorno, ma non sempre sono precisi nei pagamenti - si altera Mohamed che da due anni lavora nei tunnel della ditta -. Per contratto dovremmo lavorare otto ore, in realtà ci obbligano a farne nove ore e mezza senza lo straordinario. Se arriviamo in ritardo, il padrone, detrae mezz’ora di paga oraria e per tre giorni non ci chiama a lavoro".

L’azienda applica il Cpl (Contratto provinciale di lavoro) di Chieti che prevede una paga più bassa rispetto a quello del siracusano".
La raccolta delle zucchine e dei meloni nei tunnel è l’anticamera dell’inferno. Durante i mesi estivi si raggiungono temperature elevate, fino a ottanta gradi con percentuali di umidità che toccano il 95 per cento. Sarebbero necessarie delle accortezze particolari per tutelare la vita del lavoratore. Ma la pausa di cui godono i migranti impegnati nella raccolta è di un’ora, ogni otto di asfissiante lavoro, e i dispositivi di sicurezza individuali sono a carico dei lavoratori stessi.

"Guanti e mascherine per ripararci dalle inalazioni dobbiamo comprarceli, il datore ha stabilito così - spiega Mohamed". Dalle descrizioni dei lavoratori e dei sindacati l’azienda e` totalmente indifferente alle sofferenze dei lavoratori, qualcuno in paese non utilizza mezzi termini nell’etichettarla con il termine di “negrieri”.
Nel 2006 è morto un pachinese impegnato nella raccolta delle zucchine. Infarto, ha fatto sapere l’azienda. Ma sindacato e colleghi di lavoro la pensano diversamente. L’operaio sarebbe morto per avere inalato, all’interno del tunnel di plastica, fumi degli anticrittogamici.


Cresce la produzione, diminuisce l’occupazione regolare

Nella fascia produttiva del siracusano, nonostante la crisi economica, il prodotto lordo vendibile è aumentato del 20 per cento. "Da un lato aumenta la produzione e dall’altro si abbassa il numero dei lavoratori, di conseguenza esiste una fascia grigia - fa notare Enzo Pirosa - la forza lavoro è scesa in provincia da 13 a 10 mila. Il lavoro nero è stimabile tra il 35-40 per cento. Al sommerso della manodopera si accosta l’evasione contributiva fiscale che accade all’80 per cento dei lavoratori immigrati, ma dalla quale non sono immuni neppure gli italiani. Abbiamo spinto come Flai Cgil affinché le grosse aziende assumano con contratti a tempo indeterminato per garantire uno stipendio fisso e la tutela del lavoratore.

Ma non tutti accettano il tempo indeterminato perché gli farebbe perdere l’indennità di disoccupazione agricola. In realtà non considerano i vantaggi a lungo termine, come una pensione dignitosa, che offre un contratto a tempo indeterminato. Certamente si potrebbe partire con le grosse aziende”.
A Pachino la cooperativa Aurora, ad esempio, garantisce ai lavoratori contratti fissi. Una realtà nata da 16 piccoli produttori, ora 100, che hanno scelto di associarsi per superare le barriere del libero mercato. Ci lavorano 12 operai a tempo indeterminato e 50 stagionali. La sua è una storia al femminile, dove il lavoro delle donne ha contribuito sia alla crescita aziendale che al difficile percorso di emancipazione, delle donne di queste terre ricche di “oro rosso”.

Lavorazione e confezionamento del prodotto sono state affidate alle donne. "Nei locali della cooperativa lavorano molti pachinesi - sottolinea Salvatore Dell’Arte, presidente dell’Aurora-. I contratti prevedono 6 euro l’ora più l’ingaggio previsto dai contratti della cooperazione. La nostra trasparenza si scontra con una realtà disomogenea fatta di Cpl diversi da provincia a provincia, avviene così che a Ragusa il costo orario previsto per un operaio è di 4 euro e 80 centesimi. E inoltre ci dobbiamo confrontare con la concorrenza sleale dei produttori". Per non scaricare sui lavoratori la mannaia della competitività, il modello cooperativo potrebbe essere una valida alternativa, anche nelle terre del sud Italia.

"Associarsi e creare una cooperativa conviene- specifica- si eliminano i passaggi intermedi riducendo i costi". La catena produttiva inizia nelle terre dei piccoli coltivatori diretti soci della cooperativa che, raccolti i pomodori, li portano nei magazzini. Una volta confezionati partono per i mercati nazionali. Coop Italia è tra i maggiori acquirenti dell’Aurora. "Per un chilo di prodotto lavorato sosteniamo 1 euro e 20 centesimi di spese - spiega il presidente -. Il trasporto su gomma è uno dei costi che grava maggiormente sui nostri bilanci. Se la Regione Sicilia si decidesse a eliminare le accise sul carburante i costi diminuirebbero di molto. A queste si aggiunge l’aumento, pari al 15 per cento, del costo di produzione e la crisi della redditività delle aziende associate, calata del 30 per cento.

Se il prodotto non viene venduto direttamente alla grande distribuzione, viene ceduto ai mercati generali a prezzi più bassi. Un chilo di ciliegino pachino costa a Coop Italia 1 euro e 80 centesimi, nel supermercato, mezzo chilo dello stesso prodotto, arriva a costare 3 euro e 50" - conclude Dell’Arte. Chi ci guadagna? I sensali, mediatori siciliani, incidono nell’aumento del prezzo finale a discapito del guadagno dei produttori. Quella del mediatore è una figura storicamente parassitaria e non regolata, che ricorda la guardiania dei campi della mafia agricola. I mediatori propongono direttamente i prezzi di acquisto della merce e raramente l’imprenditore è in grado di rifiutare, trattiene inoltre una percentuale non prevista da alcuna normativa in materia.
Lavoro fittizio, falsi braccianti, lavoratori veri e controllori distratti

A Vittoria gli ultimi blitz nelle campagne dell’ispettorato del lavoro risalgono al 2007. "Tre anni fa la polizia aveva fatto tre blitz nelle campagne che hanno dato importanti risultati - spiega Giovanni Consolino, del Forum per l’immigrazione vittoriese -. Dopo questi interventi, definiti dalla Confindustria come freno alla filiera, non ne sono stati più effettuati. Ora stanno ricominciando perché Rosarno ha messo un po’ di paura". Scarsi controlli dovuti anche al poco personale ispettivo della Direzione provinciale del lavoro in molte province siciliane. Nel nisseno gli ispettori del lavoro sono soltanto due.

“C’è qualcosa che non quadra - dice Pino Cultraro segretario Flai Caltanissetta - il prezzo non è crollato sul prodotto finale. E’ evidente che si sta risparmiando sul costo del lavoro, tanto da fare parlare di lavoro fittizio”. Il perverso meccanismo è storia di altri tempi che ha tre protagonisti. I proprietari delle aziende fanno lavorare in nero i migranti senza versare i contributi che, invece, vengono sistematicamente venduti ai falsi braccianti agricoli per 10-15 euro a contributo. Morale della storia: loro avranno l’indennità previdenziale“.

Ci guadagnano tutti - continua Cultraro - tranne il lavoratore. Perchè l’azienda passa per quella che paga i contributi, il falso bracciante percepisce l’indennità di disoccupazione agricola, il lavoratore, invece continua a lavorare in nero e senza tutele. Il fenomeno visibile, attualmente è del 30 per cento”. Ai controlli dell’Inps però non ci sono differenze perché una volta scoperta l’azienda l’indennità viene bloccata per tutti, anche per i lavoratori veri. Questi ultimi pagano da sé i contributi necessari per percepire l’indennità di disoccupazione agricola.

“Tu vuoi lavorare da me? Dato che posso avere manodopera anche a 20 euro, posso pagarti fino a 30 euro però ti paghi tu i contributi”. In provincia di Caltanissetta, tra carciofeti e grano, il mercato del lavoro si svolge nei bar dei paesi. Non c’è il caporale ma lo stesso titolare della ditta che va a prendere gli stranieri che ogni tre giorni vengono venduti da un’azienda all’altra per evitare denunce e controlli.
Per le donne? Il sistema di selezione è fisico. “Le aziende - conclude il segretario - si contendono le più carine”.

Fonte: http://www.terrelibere.org

giovedì 17 giugno 2010

Razzismo in autobus alle porte di Milano

Al confine tra Monza e Cinisello Balsamo, alle porte di Milano, martedì 15 giugno un autista dell'autobus z221, linea gestita dalla Brianza Trasporti, esclama:
“Non voglio la merda sul mio pullman, gli zingari no. Apriamo le finestre e cambiamo aria”.

Sono all'incirca le 9.45. Fuori piove. Come consuetudine la z221, l'autobus che collega la Brianza alla stazione di Sesto FS, effettua il proprio viaggio e come sempre al confine tra Monza e Cinisello Balsamo salgono anche i rom.
Resosi conto della loro salita, il guidatore perde il controllo e impone a quanti non hanno il biglietto di avvicinarsi alla sua postazione.
Dopo un primo momento di esitazione da parte dei viaggiatori incriminati, il tono si fa sempre più minaccioso e aggressivo.
Non contento, il conducente si alza in piedi e pretende che quanti sono sprovvisti del biglietto, scendano immediatamente dalla z221.
Intimoriti dalla reazione, i rom e la donna di colore abbandonano l'autobus.
Raggiunto il proprio obiettivo, il conducente non trattiene nemmeno i commenti offensivi.

Leggi tutto l'articolo QUI'


Mi auguro che daranno quantomeno un premio al suddetto autista, a questo campione di alta professionalità e di buona educazione (sic!).

P.S. Sarà mica parente di Borghezio?


martedì 16 marzo 2010

A Cassibile non vogliono la tandopoli

Ogni anno, nel periodo di marzo, la provincia siracusana accoglie numerosi extracomunitari. Schiavi “in nero” provenienti dall’est Europa, dal nord Africa o dall’India, che vengono impiegati per la raccolta di patate. E non solo.
Ogni mattina, a Cassibile, in via Nazionale, i braccianti stranieri vengono prelevati dai caporali che, insieme ai proprietari delle aziende agricole, li sfruttano nei campi siracusani per pochi spiccioli.
Quest’anno, rispetto al passato pare che la produzione di patate non sia andata bene.



«I nostri terreni non danno più patate. Perché allora gli stranieri devono essere ospitati proprio qui? Questo paese è diventato un ufficio di collocamento in cui tutti si riuniscono per andare a lavorare. Ma nei campi di altri paesi. Lì gli immigrati non li vogliono. E noi siamo costretti a subire questa invasione”

«Non siamo razzisti. Ma la tendopoli non la vogliamo perché darebbe un’immagine negativa del paese». E’ quello che afferma Paolo Smeriglio, uno dei consiglieri presenti al Consiglio di quartiere tenutosi la scorsa settimana nei locali comunali di Cassibile, circoscrizione di Siracusa. All’ordine del giorno una richiesta di delibera per opporsi all’allestimento di una tendopoli della Croce Rossa, destinata ad ospitare i braccianti stranieri che arriveranno nei prossimi giorni per la raccolta agricola stagionale nelle campagne della provincia siracusana.

Qui scoppia un’altra Rosarno

Nei giorni scorsi un faccia a faccia tra i consiglieri di circoscrizione (che minacciano barricate se la struttura verrà installata) e il sindaco di Siracusa Roberto Visentin che assicura: “Parlerò col Prefetto".




"La questione della tendopoli nasce a causa dei problemi avvenuti a Rosarno, perché si prevede l’arrivo degli sfollati mandati via da lì. E ciò è stato deciso dal Ministero degli Interni spiega il maresciallo Sapia, Comandante della Tenenza dei Carabinieri di Cassibile.

di Nelly Gennuso

venerdì 12 marzo 2010

A Catania i reati sono perseguiti su base etnica


Arrivano di corsa, urlando. Inseguono i senegalesi con le auto di servizio. Li scaraventano a forza nelle volanti. Chi ha i documenti in regola finisce ugualmente in Questura. Sono tante le segnalazioni di sequestri di merce senza verbale e multe fino a mille euro. Giocano a fare gli sceriffi, simulano una piccola guerra. Una camionetta della Polizia in pianta stabile all’imbocco di Corso. Retate quotidiane nelle ore di maggiore affollamento. Presidi in tenuta antisommossa. Inseguimenti e scontri fisici in pieno centro. Dallo scorso dicembre, a Catania i reati si perseguono su base rigorosamente etnica. La logica del “pacchetto sicurezza” è spesso ridicola, ma in alcuni contesti ancora di più. Per esempio, nelle città del Sud dove funzionari, politici e bottegai si illudono di essere in Padania e provano a fare i leghisti.

Gli effetti sono semplicemente grotteschi. A pochi metri di distanza gli italiani vendono di tutto, senza che nessuno indaghi su documenti in regola e provenienza. La merce contraffatta è frutto di circuiti mafiosi, ma è più comodo prendersela con l’ultimo anello della catena.

In tutta la città si organizzano le corse clandestine dei cavalli, con tutto l’indotto di scommesse, macellazione clandestina, stalle abusive e logistica. Le indagini non sono complicatissime. Basta digitare su Youtube “corse cavalli Catania” e compaiono centinaia di video, come evidenziato dalla sezione palermitana di Repubblica.it. A “Tempesta”, un purosangue imbattibile, hanno dedicato una canzone neomelodica. “A strada è ‘a stessa ‘i tante vote, quanti guaglioni ti currono appresso ‘cu i motorini ‘ppe te guardà…”. Infatti sono centinaia le persone che si affollano lungo le strade chiuse all’alba. I campioni sono “Ronaldinho”, “Valentino” e “Pocket Coffee”. Animali allevati nei quartieri di periferia, una vera mania di massa. E’ noto che la carne di cavallo che si trova sui banconi della città è di provenienza dubbia, che ci sono tante macellerie clandestine, che i cavalli usati per le corse sono gonfiati di estrogeni. Non è difficile ipotizzare gravissimi rischi per la salute pubblica, ma nessuno sembra preoccuparsi più di tanto. Meglio perseguitare i senegalesi, fingere che i portici di corso Sicilia siano quelli di una tranquilla città settentrionale: grassa, pacifica e razzista.

La city

Lo scorso 17 gennaio, uno dei tanti blitz della polizia. Una irruzione violenta, la fuga, i tafferugli. I senegalesi denunciavano di essere stati presi a colpi di manganello in testa. I poliziotti del sindacato autonomo Adp, invece, hanno parlato di sprangate ricevute, ma sono stati smentiti dal responsabile delle volanti. Il console onorario del Senegal a Catania chiedeva un incontro con le istituzioni. “La Sicilia” – il quotidiano locale - gioca a fare il foglio del Nord.

Corso Sicilia sarebbe la “City”, il quartiere degli affari violato dalla “povera merce” degli africani “violenti e abusivi”. In realtà, sono solo cinquecento metri di cubi di cemento, l’inizio di un sacco edilizio – per fortuna fermato - che stava per distruggere il centro storico barocco. A distanza di anni, l’Unesco riconoscerà il duomo di S.Agata come patrimonio dell’Umanità. Spariranno le banche e le imprese dei “cavalieri” legati a doppio filo con la mafia che anche lì avevano le loro sedi. La movida sostituirà il coprifuoco segnato dagli scippi e dalle rapine. Eppure c’è ancora chi rimpiange gli anni ’80: gli africani “deturpano il decoro della City”, secondo il cronista de “la Sicilia”. Rovinano il simbolo di quella che “era chiamata a ragione la Milano del Sud”. “Mi dispiace ma per me le regole vanno rispettate”, dice un cittadino interpellato da un cronista. “Alla fine hanno capito che bisogna cambiare aria”. Ed ancora: “E’ stata dura per gli africani digerire le regole”. “Abbiamo agito in corso Sicilia cercando di portare ordine e decoro”, conclude il sindaco Stancanelli.

Ai margini

Tutte le contraddizioni di Catania in pochi metri quadri: negozi di lusso, librerie, locali e aspirazioni nordeuropee. Banche e sedi di imprese. Più in là il cantiere della metropolitana. Ma anche la vitalità sregolata da suq della “fera o luni” - la fiera del lunedì, che però si tiene quotidianamente - dove un qualunque abitante del Sud del mondo può sentirsi a casa propria. Fast food cingalese, cinesi col carretto, due negozi di articoli alimentari importati da tre continenti, merci contraffatte e rubate, una folla pulsante, traffico caotico e venditori che banniano, cioè urlano per pubblicizzare la propria mercanzia.

“Da settimane la tolleranza zero si esercita solo contro giovani ambulanti che, privati dalle loro fonti di sostentamento e non trovando canali legali di regolarizzazione per lavoro autonomo o dipendente, vengono così spinti nell’accogliente industria della criminalità”, denuncia la “Rete antirazzista catanese” in un comunicato del 4 febbraio. Non ci vuole molto a capire che la marginalizzazione degli stranieri – alla fine - produrrà insicurezza per tutti. Poche settimane prima, il 22 dicembre, le associazioni antirazziste erano scese in piazza insieme agli africani. “Le forze di polizia non si occupano della violenza sfacciata e brutale praticata dalle bande criminali che imperversano nella nostra città”, recitava il volantino. “In corso Sicilia si trova anche merce contraffatta di alto livello, con un giro d’affari notevole”, ammette la giornalista Rosa Maria Di Natale. “Ma in una città normale le regole si stabilirebbero a tutti i livelli, invece a pochi metri di distanza gli italiani fanno la stessa cosa. In questo modo appare più comodo colpire ‘abusivi extracomunitari’ che concittadini”.

Aspettando

“Aspetto la sanatoria per la regolarizzazione”, mi dice Mohamed, un ragazzo senegalese che incontro alla sede dell’Arci, proprio in piazza Carlo Alberto, pochi metri da corso Sicilia. “Abbiamo avuto un incontro tra il vicequestore e il responsabile della nostra comunità, gli hanno chiesto di farci spostare. La delegazione è andata anche in Prefettura e al Comune, ci hanno promesso una tregua. Invece hanno continuato. Hanno parlato di un’area per noi. Se regolari”. Ma come si fa ad uscire dalla “clandestinità”? In nessun modo, non è possibile. Si può solo attendere una provvedimento di regolarizzazione.

“Qualche sabato fa alcuni poliziotti hanno colpito duramente alcuni migranti che non volevano lasciare le loro bancarelle”, racconta Daniela Di Mauro del movimento antirazzista catanese. “Tutto questo in pieno centro e sotto gli occhi di tutti. Due stranieri che hanno fatto resistenza sono stata portati via, gli altri sono riusciti a disperdersi. Il lunedì successivo un numero elevato di poliziotti in tenuta antisommossa si è schierato in piazza Stesicoro - adiacente al corso Sicilia - per impedire ai migranti di montare le bancarelle”.

“Hanno iniziato i controlli nel periodo di Natale, lo scorso anno”, ricorda Daniela Pagano dell’Arci. “Qui all’Arci abbiamo un numero di telefono per i migranti, possono chiamare in caso di abusi, ad esempio merce sequestrata senza verbale. Abbiamo ricevuto numerose segnalazioni. Tra le chiamate ricevute, un asiatico ci ha raccontato di due poliziotti che lo hanno inseguito lungo via Etnea, preso e scaraventato in macchina. Un nostro legale è intervenuto. Ovviamente noi denunciamo che si fanno due pesi e due misure.

Non dimentichiamo che siamo la città dell’illegalità”.

( Antonello Mangano)

Fonte:www.terrelibere.org

giovedì 21 gennaio 2010

Sgomberato lo Zetalab


Persino nel portale internet del Comune il laboratorio Zeta era indicato come uno dei luoghi di accoglienza che la città offriva.



Adesso quel luogo non esiste più !



Aspasia, il Comune di Palermo, lo IACP e lo forze dell'ordine hanno deciso uno sgombero ( VIOLENTO) il cui obiettivo è evidentemente quello di cancellare ogni spazio di dissenso, di libertà, di gestione autonoma e diretta del proprio spazio vitale.

Tra i feriti Andrea Cozzo, docente di greco alla facoltà di lettere, promotore di seminari sulla non violenza, il quale ha riportato una frattura al setto nasale, poichè è stato colpito al viso da una manganellata.

La notizia



Il clima si fa sempre più pesante in Italia, si susseguono a ritmo serrato notizie di sgomberi ed attacchi violenti da parte del governo che è ormai scatenato senza ragione nella sua opera di repressione e di cancellazione degli ultimi “giardini felici”, luoghi di accoglienza e di condivisione, dove i confini tra razze ed etnie, identità sessuali, classi e redditi economici non esistono.

Ieri con un’azione di prevaricazione inaspettata è stato sgomberato a Palermo il Laboratorio Zeta, centro sociale che riusciva a convogliare tutte le energie creative e di impegno sociale del territorio, essendo anche un punto di riferimento per le lotte antirazziste e una struttura che accoglieva decine di immigrati sudanesi a cui era stato riconosciuto lo status di rifugiati politici o concesso il permesso di soggiorno con finalità umanitarie.

Appena saputa la notizia ci siamo recati in via Arrigo Boito, sede del centro sociale, dove si sono concentrati circa un centinaio di manifestanti faccia a faccia con un forte spiegamento di forze dell’ordine completamente immotivato. In tre, intanto, sono saliti sul tetto della struttura per cominciare un’opera di resistenza che è durata fino a tarda notte. I carabinieri e la polizia schierati in assetto antisommossa non si sono fatti il minimo scrupolo nel provocare e caricare più volte il presidio auto-organizzato, l’ultima volta è accaduto in serata ed ha avuto risvolti pesanti: tre manifestanti sono stati feriti e arrestati ed oggi, 20 gennaio, saranno processati per direttissima.

Intanto i migranti precedentemente accolti dallo Zetalab hanno trascorso la notte all’addiaccio davanti all’ingresso pur di non abbandonare il luogo che li aveva accolti senza riserve.

Da mesi il Laboratorio Zeta era stato messo sotto pressione, visto che i locali occupati nel 2001 erano stati affidati con un bando non si sa quanto limpido alla famigerata associazione Aspasia che ha rifiutato qualsiasi mediazione o collocazione alternativa, adducendo come motivazione la volontà di ristabilire la legalità “liberando” il posto che era stato occupando dieci anni orsono, visto che dalla loro parte aveva anche una sentenza passata in giudicato.

Bene, è proprio su questo terreno che vogliamo portare la discussione: cosa è “legale” oggi in Italia? Buttare fuori rifugiati politici senza alcun tipo di protezione per aprire nella struttura che li accoglieva un asilo privato, con tanto di finanziamenti e giri di denaro? Cosa è “democratico”? Di certo occupare locali pubblici lasciati all’incuria e all’abbandono e trasformarli in un centro vitale di promozione culturale e impegno sociale. Per noi legale è tutto ciò che difende la democrazia e i diritti di tutti, cominciando dall’uguaglianza e dalla libertà, anche se al giorno d’oggi tutto questo comporta in alcuni casi schierarsi contro le istituzioni sempre più interessate da una vera e propria fascistizzazione. Del resto anche Peppino nelle sue lotte dal basso più volte è entrato in contrasto con il potere, usando mezzi di protesta che venivano giudicati “illegali” e lo sarebbero tuttora.

Siamo fortemente preoccupati per quanto oggi accade in Italia, anche nel profondo sud che è sempre stato più clemente e meno “disciplinato”, per come vengano cancellati con così tanta violenza i luoghi “altri”, centri dell’ “altra” cultura che tenta in ogni modo di resistere al rullo compressore del sistema che disgrega tutti i legami sociali e trasforma gli esseri umani in automi senza capacità di critica e di libera espressione, dediti al consumo e circondati dal più totale isolamento, facendo terreno bruciato attorno con l’egoismo, il razzismo e la paura nei confronti del diverso, del non omologato. Così assistiamo alla blindatura degli ultimi nostri spazi di libertà, circondati da gabbie e da muri che diventano sempre più stretti, opprimenti, non riducendo, però, la nostra volontà di resistere.

Esprimiamo piena solidarietà ai compagni del Laboratorio Zeta, resisteremo con voi e saremo presenti al presidio previsto per la giornata di oggi 20 dicembre 2010 alle ore 16.00 in via Arrigo Boito (nei pressi della Stazione Notarbartolo) a Palermo.

La violenza repressiva del governo purtroppo continua a non suscitare alcuna reazione nei cittadini ormai completamente assoggettati e intanto l’Italia intera langue sonnolenta sempre più povera e sempre meno democratica. C’è quasi da augurarle che non si svegli mai, altrimenti potrebbe scoprire che sul velo di plastica che le hanno steso sul volto non ci sono quasi più buchi per poter respirare.


Giovanni Impastato

Marina Montuori

Associazione culturale Peppino Impastato – Casa Memoria




domenica 10 gennaio 2010

Rosarno : Le responsabilità

Rosarno : Le ruspe hanno iniziato ad abbattere le strutture realizzate dagli immigrati .
Decine di baracche con cartone, plastica e lamiera.
Quì gli immigrati, partiti in tutta fretta hanno lasciato tutto quel poco che avevano: le biciclette con cui raggiungevano i campi per raccogliere arance e mandarini, i vestiti, le scarpe abbandonando definitivamente quelle stesse terre dove pochi decenni fa gli abitanti del luogo condussero lotte sindacali di massa per vedere riconosciuti diritti elementari.
Quella storia è disegnata su un affresco (vedi foto sotto) sul muro della posta centrale, in piazza Valarioti.





«Gli agricoltori devono aprire gli occhi e riconoscere che il loro reddito è falcidiato e decurtato dall`imperio mafioso, che parte dalle campagne e arriva nei mercati. Negli anni `70, la `ndrangheta ha allontanato dai nostri paesi i commercianti che pagavano il prodotto ad un prezzo remunerativo, per rimanere sola acquirente ed imporre il proprio basso prezzo». «Si è poi impadronita di tutti i passaggi intermedi, fino ad arrivare nei mercati e controllare anche il prezzo al consumo», continua Lavorato. «Questa è la filiera perversa che deruba agricoltori, lavoratori e consumatori. La filiera che bisogna combattere ed abbattere per assicurare il giusto reddito all`agricoltore, il legittimo salario al bracciante italiano o straniero, un equo prezzo al cittadino consumatore». (Peppino Lavorato, ex sindaco di Rosarno fino al 2003, compagno di partito di Giuseppe Valarioti, martire dell`antimafia calabrese)

Non c`è più memoria di quelle vicende, così come del recente passato fatto di emigrazione.

Quello che resta è una lugubre sequenza di atti violenti.
L`omicidio del sessantaduenne Palmiro Macrì, ucciso il 7 luglio 2008 da diverse sventagliate di kalashnikov - oltre cinquanta colpi esplosi, un crepitio che rimarrà per sempre nelle orecchie dei passanti - per punire il figlio, colpevole di aver litigato per un parcheggio con un pezzo grosso delle `ndrine. Un anno dopo, uno dei delitti più atroci.
Vincenzo La Torre, 22 anni, e Francesco Amato, 15 anni, rom, residenti a Rosarno sono uccisi di fronte al cancello dell`acquedotto di Scilla con due colpi alla nuca.
Qualche settimana prima, il 18 maggio, un`automobile utilizzata dalle suore di Santa Maria Ausiliatrice era stata incendiata.
Lo scorso due novembre la polizia irrompeva in un normale appartamento e trovava un arsenale da guerra, in cui spiccava un lanciarazzi controcarro modello M-80, di fabbricazione jugoslava. Una potente arma da guerra pensata per distruggere mezzi corazzati.
Sempre a novembre, è ucciso il meccanico Biagio Vecchio, ancora una vendetta trasversale per punire il nipote.
Si tratta solo di una selezione di episodi della "normale" cronaca locale.
Tutte vicende che non hanno suscitato indignazione, moti di piazza, cortei spontanei.
Gli italiani a queste cose ci sono abituati. Non sono africani.



"Queste situazioni le abbiamo ereditate e sono frutto di tolleranza sbagliata...Ci sono responsabilità diffuse che non intendiamo più tollerare..."( Roberto Maroni, ministro dell'Interno )


Maroni, basta con le menzogne.
Questo caos lo hai creato tu

Questa è la realtà che il ministro finge di non conoscere:

1) nel marzo del 2009, Maroni arrivava a Reggio Calabria e - colpito dalla situazione dei migranti nella Piana - annunciava 200 mila euro del PON Sicurezza per l`emergenza migranti, in particolare "primi interventi assistenziali in relazione alla situazione di forte disagio presente a Rosarno ed in altre aree della provincia per la presenza di immigrati". Oggi quei fondi sono arrivati, anzi di più: 930 mila euro per il “recupero urbano delle aree degradate” di Rosarno. Come sono stati spesi? Perché l`emergenza annunciata (che si presenta ogni inverno dal 1990) non è stata affrontata?

1) Non tutti sono "clandestini". Tanti lavoratori hanno il permesso di soggiorno in scadenza, sono stati licenziati nelle aziende del Nord dove lavoravano fino a ieri e rischiano di perdere i documenti se non trovano un altro contratto entro pochi mesi. Sono le regole disumane della Bossi Fini.

2) Tanti irregolari sono denegati (richiedenti asilo a cui è stato opposto un rifiuto). Molti hanno il permesso di soggiorno, ad esempio uno dei due ragazzi feriti nell`attentato che ha scatenato la rivolta.

3) Dire che gli stranieri portano degrado a Rosarno è assolutamente falso; il degrado è frutto dello strapotere mafioso, prodotto da italiani, contro cui il suo governo non ha fatto nulla e che viene di fatto accettato dagli abitanti locali. Gli africani, invece, si sono ribellati alla mafia nel dicembre 2008 ed hanno collaborato con i carabinieri, portando all`arresto dei loro aguzzini.

4) I migranti irregolari della Piana hanno sempre chiesto di "poter lavorare in condizioni dignitose". Non vogliono essere "clandestini": si trovano a non avere documenti per le assurde leggi razziste varate da uno Stato irresponsabile.

5) Molti arrivano al Sud perché sperano di trovare uno Stato meno asfissiante, e di sfuggire al clima da caccia allo straniero creato dalla Lega.

6) Gli stranieri - sia "clandestini" che regolari - sostengono l`economia agricola del Sud. Senza di loro, arance, pomodori ed ortaggi marcirebbero nei campi. I loro salari da fame sono indipendenti dal prezzo di mercato. Braccianti e consumatori pagano una filiera malata, caratterizzata da passaggi parassitari, forme estorsive, presenze mafiose.

7) Qual è la "normalità" che Maroni vuole portare nella Piana, cacciando i "clandestini"?

Quella dei morti ammazzati a colpi di kalashnikov dopo una lite per un posteggio?

Quella delle autobombe?

Quella dei razzi anticarro di provenienza jugoslava trovati in normali appartamenti?

Quella dei ragazzini di 14 anni ammazzati con un colpo alla nuca?

Se proseguirà l`azione criminale della Lega, la rivolta di Rosarno si estenderà rapidamente al Nord. Milioni di lavoratori stranieri - che sostengono la nostra economia, pagano le nostre pensioni, tengono in piedi interi settori produttivi - non ne possono più di essere criminalizzati e sfruttati.